12/04/2002
Diego Cugia racconta i segreti del protagonista di un programma cult : Jack Folla, poeta dell'evasione
Il mio personaggio? Il disonesto più onesto che ci sia
Da La Gazzetta del Sud

Valerio Cattano
Jack Folla è evaso da Alcatraz, ed i suoi sostenitori lo hanno premiato. Il libro di Diego Cugia di S. Orsola «Jack l'uomo della folla» ha venduto più di 100 mila copie. Inventore dei radiofilm – che hanno rivitalizzato l'antico radiodramma – Diego Cugia, giornalista, scrittore, autore di satira e regista, ha dato libero sfogo al suo alter ego Jack Folla, il Dj rinchiuso nel braccio della morte di Alcatraz, le cui vicende sono state narrate nel programa «cult» capace di conquistare una larga fascia di pubblico in seconda serata. Jack è un latitante, ma non si nasconde come farebbe un comune ricercato; lo potete trovare ovunque, il suo volto è in bella evidenza negli scaffali delle librerie, ed il suo stile mantiene la carica abrasiva che lo contraddistingue.
– Jack l'uomo della folla piace, e tanto. Non sarà perché è un outsider utile a lavare i peccati di ognuno di noi? «Certo, Jack è anche una valvola di sfogo, alcuni credono che basti ascoltarlo per “togliere i peccati dal mondo”. Ma il suo vero fascino, credo, è che in una società di onesti ipocriti, Jack è il disonesto più onesto che ci sia. È un personaggio virtuale, ma la sua biografia è per i tre quarti quella del suo autore. Si mette alla berlina per primo. Se sente che qualcuno vuole farlo “leader” fa tre passi indietro. Insomma ha un comportamento opposto a quello dei personaggi della politica e dello spettacolo».
– Per come va il mondo, forse non è stata una buona idea quella di fuggire da Alcatraz... «Sì, chiuso in una cella due metri per tre, mentre una voce ti conta i giorni che ti separano dalla condanna a morte, è difficile darti torto. Tu gridi, il mondo è ben disposto ad ascoltarti, perché stai comunque pagando un prezzo altissimo. Se sei libero, devi fare i conti con te stesso, con quanta libertà ti sai dare, quanti altissimi muri riesci a scavalcare, non più con la fantasia, con le parole, ma coi fatti».
– C'è qualcosa o qualcuno che avresti voluto inserire nel libro e ne è rimasto fuori? «Molte delle lettere struggenti che arrivano a Jack da tutta Italia, alcune sono più profonde e letterariamente più belle di quelle che scrivo io».
– La tua foto nel libro ricorda lo stile dei rapper, aggressiva, quasi insolente. Non è che Jack sta entrando nel meccanismo dello show business dove trionfano i falsi perdenti? «Sì? Allora vuol dire che ne uscirà ancora prima di quanto penso. E comunque né io né Jack siamo “perdenti”. A meno che i “vincenti” non siano i cosiddetti Vip. In quel caso m'iscrivo al volo nella categoria perdenti. Se invece ti riferisci alle “cause perse”, sono le uniche battaglie che mi diverte combattere».
– Il Sud del mondo è il più martoriato e problematico. Che rapporto ha Jack con la Sicilia? «Io sono un uomo del Sud, mezzo sardo, mezzo siciliano. La mia ombra, Jack, trova brevi momenti di tregua felice, dal malessere di vivere, nelle distese di aranceti, nei cortili di Palermo, nel barocco abbandonato di Catania, o davanti al mare della Maddalena, in Sardegna. Sai dove ho imparato a camminare? In una casa di campagna vicino Ragusa. Mio nonno, siciliano, mi ammoniva: “Non puoi correre senza reggerti a me”. Era un viale pieno di ghiaia aguzza. Ho ancora le ginocchia bucherellate. Ci sono bambini che nascono solo per dire no. Si direbbe che, invece di un angelo custode, hanno un piccolo demone dentro. Da adulto, quel mio demone l'ho battezzato Jack Folla».
– Dalla radio alla televisione, ai libri. Cosa riserverà il futuro a Jack, e cosa Jack a coloro che lo amano? «Una fuga, naturalmente. Jack Folla è il poeta dell'evasione».