PERCHÉ CON 50 MILA LIRE AL MESE STAVO MEGLIO DEI GIOVANI D’OGGI

A 19 anni lavoravo come “negro” (senza contratto o diritti) in un piccolo giornale di Roma. Ero, cioè, un praticante giornalista clandestino. Un fantasma. Ogni 27 del mese, l’amministratore mi versava, su ordine del direttore, 50 mila lire cash. Vivevo con un gatto siamese in un bicamere che mi aveva affittato, in nero pure quello, una luminosa straccivendola di Campo de’Fiori. Mi aveva dato le chiavi così, senza contratto, con una stretta di mano. Non erano tempi molto più facili rispetto a oggi. Ma l’enorme differenza consisteva in queste due parole: fiducia e speranza. La padrona di casa si fidava di me e io speravo di diventare uno scrittore famoso. Due parole che oggi valgono carta straccia.

L’affitto di via Sora, a cinquecento passi da piazza Navona, era di 80 mila lire, circa un terzo di più della mia paga. La differenza la versava mio padre, avvocato, per delicatezza nei miei riguardi, direttamente nelle mani della signora che vendeva la sua montagna variopinta d’indumenti usati. Quest’obolo familiare mi bruciava dalla vergogna, perché ero andato via di casa a diciott’anni ma per un terzo ero ancora dipendente da papà. Così saltavo il pranzo e a cena un barista di corso Vittorio mi divideva in due un hamburger (conservandomi in frigo l’altra metà per la sera dopo) e ci aggiungeva il contorno, broccoli e patate. Sono andato avanti così fino al giorno in cui il capo servizio Cultura e Spettacoli si accorse che non mi reggevo in piedi e sensibilizzò il direttore sul mio caso. Quello, allarmatissimo, m’invitò a pranzo in una trattoria a piazza Sant’Ignazio celebre per l’interminabile varietà d’antipasti. Li divorai tutti, uno dopo l’altro, fino a farmi scoppiare la pancia e il cuore perché mi venne, fra cibo, emozione e vino, un attacco di tachicardia. Di contratto neppure a parlarne, però il direttore mi raddoppiò lo stipendio: centomila. Era un giornalista di sinistra e si era terrorizzato allo scandalo se un “negro” gli fosse morto di fame in redazione.

Negli anni Ottanta divenne un boss della Rai. Io non lo avevo più visto né sentito. Lui scoprì che bazzicavo alla radio come collaboratore saltuario, mi chiamò e mi fece fare due programmi contemporaneamente: un musical tutti i giorni e un Gran Varietà la domenica. Quella volta fui io a invitarlo a pranzo da Sabatino a Sant’Ignazio. Dieci anni dopo il primo articolo che mi aveva fatto scrivere, un pezzo su un giornalista de Il Mondo morto di stress per non cedere ai compromessi, si era chiuso il cerchio. Per i ragazzi d’oggi, essendosi prosciugata la fiducia e la speranza, è già maledettamente difficile che il cerchio si apra. Chi siede dalla parte giusta della scrivania sa di avere il potere di vita e di morte sui giovani in cerca d’impiego e sugli adulti, quelli che lo conservano e soprattutto quelli che l’hanno perduto. E dei diritti dei lavoratori non gliene sbatte una mazza. Se l’1% degli uomini concentra nelle sue tasche la ricchezza del mondo intero, i loro “caporali”, dirigenti d’industria o manager di multinazionali, non si scompongono certo se gli crepi di fame davanti. Suonano il campanello e ti fanno portare via. Amen.

Nel mio campo ci sono giovani sceneggiatori che scrivono puntate e puntate di fiction tv milionarie accettando compensi ridicoli perché non hanno alcun potere contrattuale e si guardano bene dal rivendicarlo per il terrore di essere scalzati dal secondo della fila. Al contrario, se sei un professionista, ti dicono “Coi soldi che dovrei dare a te, me ne piglio dieci di giovani sceneggiatori”. La qualità non paga. Vecchi e giovani siamo diventati merce, punto. Sono tornati i padroni. E sono molto più spietati e aridi di quelli di una volta. C’è una lotta di classe inaudita, rispetto agli anni Settanta, che non è stata neppure conclamata, mentre quell’1% dei super ricchi ce le sta menando di santa ragione. Al punto che non abbiamo neanche capito, come pugili suonati, di trovarci su un ring sanguinario. Povertà, disperanza e non lavoro ti fanno abbassare lo sguardo e la schiena, tanto che per i giovani non mi sembra più neanche una guerra di classe, ma un martirio. Non è vero che il futuro è loro. Il loro futuro è posseduto da una dozzina di multinazionali globali proiettate sull’eternità. Neppure i governi possono bilanciare il loro strapotere, ammesso che lo vogliano e non mi pare proprio. Soltanto milioni e milioni di giovani, stretti e uniti allo spasimo nelle piazze della Terra, pronti a tutto, possono tentare di scipparlo dalle loro mani, destabilizzandoli e costringendoli a riforme sociali epocali. Perché, anche oggi, tutto si gioca intorno a due parole. Le nuove due sono disuguaglianza sociale e riscaldamento globale. Ce n’è una terza, nell’ombra, altrettanto minacciosa e sempre più vicina: guerra nucleare. Se ne parla poco e questo preoccupa ancora di più. Con governanti autoritari allo sbando come Trump è una minaccia concreta equivalente allo scioglimento dei ghiacci e al lavoro precario giovanile senza reti di sicurezza sociale.

Ma non bisogna disperare perché i nostri ragazzi possono essere più forti di quanto sembra. E sbarazzarsi di un vecchio mondo che invece di accoglierli li rende schiavi. Così, quando li ho visti manifestare nelle piazze di Hong Kong, di Bologna o del Cile, la fiducia e la speranza, che avevo nel cuore da ragazzo, mi sono rispuntate sulle labbra. E ve le porgo come un piccolo fiore.

 

 

 

 

 

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