L’equilibrio del mondo

Foto di Matjaz Krivic (http://urbanistan.net/)


Ci sono piedi più espressivi di uno sguardo e queste scarpe sono scavate come orbite, i loro occhi ci raccontano il risultato della globalizzazione: sono piedi che calzano la spazzatura dei paesi ricchi. Ma hanno un ordito leggendario, una trama e una dignità inarrivabili per un paio di scarpe firmate. Qui poggia il corpo del mondo. Su di essi muove i suoi passi silenziosi la storia. Tutti noi ci reggiamo, in precario equilibrio, sopra questo paio di scarpe sfondate. Non a Wall Street ma in questi piedi pulsa l’anima del mondo. Sono il motore segreto di ogni cosa, dell’arte come dell’economia mondiale e – se soltanto sapessimo inginocchiarci e baciarli – custodirebbero il segreto della nostra stessa felicità.
Eppure non troverete questa foto e questa notizia in nessun giornale o telegiornale. Hanno fatto molta più strada (e più velocemente) dell’informazione e delle nuove tecnologie di comunicazione.
Sono piedi che parlano da soli.

A VOLTE, SUCCEDE

tumblr_m47tihm9Ow1rp1pulo1_1280Succede che io fossi in partenza per la Sicilia, da solo. Succede che alla mia valigia (quella in cima, la verde scuro) poi se ne siano aggiunte altre sei. Succede che un apprendista scrittore abbia combinato un bel guaio, come Topolino apprendista stregone in “Fantasia” di Walt Disney, e che adesso il gioco gli stia sfuggendo di mano. Perché questa foto l’ho scattata alla stazione di Attigliano-Bomarzo, stamattina alle sette, e di valigia ce n’era soltanto una, la mia. Succede che ieri notte, prima di addormentarmi, mi sia scappato detto a voce alta: «Che bello, domani vado a Palermo.» Non l’avessi mai fatto! Grida di gioia, trambusto, il bandoneon sulla mensola ha attaccato a suonare la Cumparsita, armadi che si spalancavano da soli, gonne a crinoline svolazzavano da una stanza all’altra come piccole mongolfiere, mentre un Borsalino senza testa dentro, sfrecciava in corridoio, finché la voce di una ragazzina, squillante, ha esclamato in dialetto siciliano: «Olivia, amuni’, pigghiami i scarpi, sbrigati! Ma ’u capisti ca si torna a Palemmo? Surda sfunnata sei?»
Succede che non mi crederete, ca mi pigghiati pi ’mpazzu, che vi sia venuto in mente Shining, Poltergeist, Il ritorno dei morti viventi e tutte quelle altre stupidaggini macabre che succedono solo nei film. Succede che la vita, come Italia-Germania, non sia un film e batta sempre la morte 4 a 3. Che ciò che tu chiami fantasia è creato e ciò che è creato, vive. Succede che la mia valigia verde in cima stia per entrare nelle stive di un aereo, così come le altre sei; dal basso, nell’ordine: la rossa, di Diana Maggio, diciassettenne, nata a Isola delle Femmine (Palermo) nel 1877. Più sopra, quella arancio appartiene alla sua gemella Olivia. La terza dal basso è il bagaglio del biglietto Roma FCO-Palermo Punta Raisi AZ/ETKT 0554181064369, registrato al terminale da don Tano Calò. La quarta, dal passeggero Jeff Belladonna. La quinta e la sesta dalla coppia Michele e Caterina Maggio, lui contadino e fisarmonicista, lei casalinga. Lo so, potrebbero sembrarvi posti vuoti, invece succede che siano tutti occupati. E che frenesia! Che smania di arrivare! E che casino! (Non si stanno mai zitti). Pure la hostess se n’era accorta, e si è chinata a versare un caffè alle gemelle Maggio, entrambe d’azzurro, poi ha raddrizzato la schiena e si è ravviata i capelli, guardandomi con un sorriso impacciato come a dire “Ma che sto facendo?”. Succede che avesse visto benissimo, ma che ancora non ami la vita così tanto da godersi la scena.
Succede che io e i personaggi di “Tango alla fine del mondo” stiamo sul volo AZ 1780 Alitalia e il comandante ci sta informando che fra pochi minuti atterreremo a Punta Raisi. Succede che tutti e sette non stiamo, come si dice, “nella pelle” (per la precisione, sei non ci stanno, nella pelle, uno sì, io).
Succede che mercoledì 18, alle 18:30, saremo all’Oratorio San Mercurio di Palermo. E giovedì 19 alle 19:00 nella chiesa San Francesco di Paola in piazza Diaz, a San Pier Niceto (Messina).
Succede che per amore tutto può succedere, tranne questo: che io appaia su questo sito prima di domenica prossima, picchì àiu a fari tanti cosi beddi in Sicilia.
Salutamu! 🙂

Quel che ci tiene in vita

00000_-photographeInconnuNon ha volto. È tutti i volti del mondo. Né nome, è tutti i nostri nomi. Una ragazza con il volto nascosto da un mazzo di margherite e i piedi sospesi sopra la rugiada. Non qui né là: ovunque. Si fa contemplare, persino fotografare (ma l’autore deve rimanere sconosciuto). Si lascia desiderare (ma il desiderio deve rimanere puro). Si diverte a giocare e a farci morire dalla curiosità, dispettosa come la farfalla che i cani, in questo istante, stanno inseguendo nei campi con balzi giganti e occhi in estasi. Non è il ricordo di lei, né il suo rimpianto. E neanche la speranzosa attesa del volto che bacerai domani. L’amore sono questi fiori per te che non conosco e non avrò mai. (Seppure io muoia dalla curiosità di conoscerti e di averti). Un gesto senza ritorno, un cenno di grazie all’Universo, il rito assurdo che una ragazza, sconosciuta e sola, sta celebrando per moltitudini. (Non sa di farlo, né di stare all’altro capo del mondo rispetto a te e me). Non è niente altro che questo, un mazzo di margherite, che ci sta tenendo in vita. Ma è precisamente per questo, oggi, che è così bello il prato.

I PAZZI SIETE VOI

Hereros11In Italia, chi più chi meno, siamo tutti convinti di essere dei geni incompresi. Basta un bicchierino in più e ci scappa detto: se io fossi il Papa, se io fossi Cesare Prandelli, fossi Napolitano io…e giù miracoli, o formazioni imbattibili, o uscite dall’euro “motu proprio” se noi fossimo presidenti della repubblica. Poi un amico d’infanzia o nostra moglie, con infinita pazienza, fanno un salto giù al bar o all’osteria, ci prendono sottobraccio e ci portano a letto. Esistono tuttavia dei casi molto più gravi (dalla mitomania alle psicopatie vere e proprie) in cui ci si convince realmente di essere i Re del Mondo. Per esempio: “Signore e signori, ebbene sì, sono Napoleone Bonaparte!”. Oppure: “Signore e signori, ebbene sì, sono stato condannato per frode fiscale perché il partito comunista e la magistratura si sono alleati insieme per farmi fuori!”. In passato si veniva internati in lugubri caseggiati chiamati manicomi. Oggi, nei casi in cui si diventa pericolosi per se o per gli altri, si subisce un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Esistono, tuttavia, dei casi limite, in Paesi alla periferia del mondo, in cui regna incontrastata la malattia mentale. Psicopatici così lucidi e scaltri da incantare le folle e prendere il potere. “Ripeti una bugia 100 volte e diventerà la verità”, diceva Goebbels. O così’ ricchi che basta esibire le proprie montagne di denaro per convincere il popolo che la ragione è dalla tua parte, e se non bastasse ci pensano le tue televisioni, i tuoi giornali e i tuoi servi a ripetere centomila volte le tue bugie. Finché i pazzi diventano gli altri. Che poi è quello che sogna qualunque psicopatico. Così come ogni italiano qualunque sogna di essere Berlusconi. Una simbiosi perfetta che oggi, in Italia, è Storia.
Ma sarà anche la prima pagina dei manuali di psichiatria del futuro.
(Nella foto: tre Berlusconi d’Africa)

IL ROVESCIO DELL’ODIO

imagesCAMS1NAWSono nato nel paese dei mammoni. Prima ancora d’imparare a camminare e cadere ho imparato a dire «Ahia!»; a protestare e dare la colpa agli altri: «Chi è stato a farmi lo sgambetto?»; a compiangermi e inveire al cielo: «Perché ce l’hai con me? che ho fatto io per meritarmi tutto questo?»; ad assolvermi e farmi coccolare dal primo che passava, anche se era storpio, disperato, cieco. «Beato te che non vedi. Se sapessi che cosa mi tocca vedere a me tutti i giorni!».
Sono nato e cresciuto nel paese della colpa è tua, dei politici sono tutti ladri (basta uno solo che non lo sia e il colpevole sei proprio tu) e del mors tua vita mea. Sono un italiano. Che altro?
Quando sono diventato così egoista che anche vedere voialtri respirare mi dava fastidio perché rubavate l’aria a me (a me, capite? a me, il grande cuore che ossigena il mondo!) mi sono ritrovato da solo in un deserto arido e secco. Ho vissuto lì per tanti anni, così tanti che neppure me li ricordo più. Per zittire tutte le mie lamentele, i miei chiacchiericci interiori, gli odi e le vendette, i miei piagnistei, vittimismi e proteste, c’è voluto un silenzio universale.
Finché una notte mi sono taciuto e ho sentito il ronzio delle stelle. E mi sono addormentato a testa in giù, come i pipistrelli, nel buio del deserto che non mi faceva più paura.
Sono tornato a casa e, per fortuna, tutto è andato molto peggio di prima. Se qualcuno mi offriva un lavoro, uno che mi odiava, per miracolo, lo avvisava: «Sei matto ad assumere quello? È un ladro.» Non era vero, ma la maldicenza è un Frecciarossa inaudito, fa Roma-Milano e ritorno in un minuto spaccato. Che bene! Ogni volta che stappavo lo champagne restavo con il tappo in bocca. E ho avuto le malattie più dispettose del mondo, e dolorosissimi amori, tutti quelli a cui ho fatto un po’ di bene mi hanno tradito, o detestato o dimenticato. Sono stato così fortunato che ogni giorno me ne commuovo, e ringrazio l’amore universale che si è compiaciuto di provocarmi in mille seducentissimi modi. Perché tutto il male è un bene da accogliere a braccia aperte con una rosa in bocca. Il male è incandescente, malleabile, puoi dargli la forma che vuoi. È un cuore nero che diventa d’oro. Il dolore è la pietra filosofale. Non respingerlo, ma accoglilo, trasformalo e donalo.
Il mago sei tu.

UNA CAVALLETTA FELICE

945165_10201596284013326_1681281269_nConfesso, ho sempre considerato generoso al limite dell’eroismo il pubblico che si sottopone al rito, autocelebrativo e petulante, della presentazione di un libro, compresi i miei. Invece che da amici dell’autore o dell’editore, compiacenti giocoforza, tutte le nuove opere letterarie dovrebbero essere presentate da pubblici ministeri feroci e scaltri. «Lei come si è azzardato a scrivere un romanzo? Chi si crede di essere, Dostoevskij? Non lo sa che le biblioteche sono già colme di opere meravigliose? Lei di cognome fa “C”, come Conrad. Non arrossisce all’idea che il suo libro finirà nello stesso scaffale di Conrad? Ha idea di quanto Joseph Conrad per primo si vergognerebbe di vedere esposto “Cuore di tenebra” insieme alle sue coratelle, alle sue interiora d’abbacchio, alle sue frattaglie?» Ecco, se le presentazioni dei libri si aprissero con una grave istruttoria e un processo penale, il pubblico se la spasserebbe, i sedicenti scrittori se la darebbero a gambe, tranne quei pochi con un alibi convincente e un’opera così robusta da reggere le contumelie del PM, tra i frizzi e i lazzi del pubblico. Purtroppo (per il pubblico) non è così e l’Italia, soprattutto d’estate, è invasa da questo flagello delle “presentazioni dei libri” come lo fu biblicamente Israele da quello delle cavallette. Essendocene milioni, e i lettori due o tre, anche per la locusta sottoscritta è stato d’obbligo presentare, il meno molestamente possibile, “Tango alla fine del mondo”. Ma come alleviare le sofferenze del pubblico? In attesa di una legge che bandisca questa fiera delle vanità, o le trasformi in reati alla quiete pubblica, credo che noi cavallette si debba offrire qualcosa di più. Per questo ringrazio il tanguero argentino Diego Moreno, che sabato sera, sotto i ponti di Roma, ha fatto ballare la milonga alle mie pagine. Emanuela Rossi, l’attrice con il tango nella voce. E Andrea Purgatori, che ha reso forse meno petulante e antipatica la cavalletta di turno. “Be positive Factory” e Stefano Micocci, infine, che hanno reso possibile e gratuito questo mini show. Spero che per tutti quelli che si sono sottoposti all’intervento sia andata meglio che dal dentista. Grazie a voi, sulle sponde del Tevere, ho passato una sera felice.

LA TEMPESTA IN UN BICCHIER D’ACQUA

photo-4Scatenare tempeste in un bicchier d’acqua è la diavoleria per rimanere al potere senza alzare un dito. Come i narcisisti usano il vittimismo per reclamare l’attenzione su di sé, così la politica s’inventa una polemica al giorno per occupare il centro della scena e non sporcarsi con i bisogni reali della gente. Tutto il sistema della comunicazione è oliato per ruotare intorno a quest’unico ingranaggio: scatenare tempeste in un bicchier d’acqua. Un popolo con i capelli dritti avrà sempre la schiena curva. Non perché non ha i mezzi per non arrivare alla fine del mese ma perché viene tenuto in vita in una bolla di panico artificiale. Scatenare tempeste in un bicchier d’acqua è l’elisir di lunga vita di una classe politica alla periferia del mondo. L’antidoto alla rivolta escogitato dai nipoti di campagna del principe di Machiavelli. Basterebbe rialzare la testa per rendersi conto delle potenzialità straordinarie del nostro paese e che ci stiamo perdendo in un bicchier d’acqua.

IL VUOTO DEL POTERE

Poveri fuori, benestanti dentro. Che toccasana sarebbe, per milioni di italiani allo sbando, riuscire a sentirsi così. Se uno dei nostri politici avesse lo sguardo di quest’uomo lo voterei prima che aprisse bocca. Nei giornali di stamane leggo dati paurosi: famiglie ad alto reddito fino all’anno scorso, sono precipitate sotto la soglia della povertà. Il dato impressionante non è questo (per temprare gli uomini, se non ci fossero le crisi, bisognerebbe inventarle) è impressionante il vuoto dell’anima di chi ci governa. Nessuno oggi, dal presidente della Repubblica in giù, ha la purezza, i valori e la forza di infondere fiducia a una madre o un padre di famiglia allo sbando. Non c’è bisogno di parole, basta la faccia. Ed è proprio quella che manca.
Il nostro paese non sta morendo per mancanza di soldi ma per mancanza d’anima.

COLPO DI FULMINE

Il tango fece il suo dovere.
Lui avanzò di un passo, lei gli voltò la schiena.
«Vuoi dirmi come ti chiami?»
«Meglio di no.»
«Posso toccarti?»
«Devi.» Alzò il braccio a collo di cigno.
Lui le sfiorò la punta delle dita. Lei roteò su una frase di bandoneón.
Si fronteggiarono in un duello di sguardi.
Il corpo di Michele la rifiutò, quello di lei lo attrasse, intrecciarono le dita e arretrarono di un passo.
Disegnarono con i piedi la complessa geometria di un amore.

TANGO ALLA FINE DEL MONDO
Vieni a ballarlo in libreria anche tu.

IL VUOTO E IL PIENO

Un deposito di sedie vuote, tavolacci, polvere. Una ragazza con un vestito rosso, ripiegata in se stessa come se la sua anima fosse appesa in un armadio. Una stanza irreale (io non l’ho vista) indimenticabile come un giorno felice. Le rare volte che mi sono sentito a casa, è stato in un contesto simile. Mi è successo all’Avana come in uno stazzu abbandonato della Gallura. Mi perdo dove il mondo si concentra, mi trovo dove si disperde. Quando tutto ci ingombra, è un’oasi per gli occhi un vuoto così.
(Foto di Pierre Gable)

IL SEGRETO

Non c’è afrodisiaco più potente, per una donna, del suo stesso dolore. Il vento della passione, che gli uomini s’illudono di aver scatenato, è lo stesso che irrompe dal mare in una casa dai vetri infranti. In questo luogo stregato dal dolore – che solo le donne conoscono – il più buio abbandono subisce una metamorfosi d’oro. È il segreto femminile: il potere di rendere felici gli uomini con la loro infelicità.

Da “TANGO ALLA FINE DEL MONDO” di Diego Cugia (Mondadori, 550 pagine, €14,90)
In libreria da martedì 21 maggio 2013

Ciao, Max

Quando nell’androne della Rai di Milano, dove Massimo Catalano e io eravamo emigrati nel 1979 in cerca di fortuna come autori di varietà radiofonici, c’era la fila di questuanti in attesa del “passi” per entrare, ci bastava una risata trattenuta e un cenno d’intesa. Tiravamo fuori dal portafoglio una tessera del tram o una scheda telefonica e ci presentavamo alle guardie giurate che vigilavano i varchi d’ingresso, sventolandola. Autorevoli e sbrigativi esclamavamo: «Dimostrativo!». Era una parola che non voleva dire nulla, ma facevamo la faccia da direttori generali e non avendoci visto in fila come gli altri collaboratori, le guardie si scappellavano e ci lasciavano entrare. «Dimostrativo!» L’Italia ci casca sempre, ama il potente, soprattutto il fasullo.
La Rai di Milano aveva ascensori molto grandi e molto lenti. All’uscita, ogni piano era uguale all’altro, c’era un salottino con due poltrone, una pianta, un tavolino di vetro, un abat-jour. Noi bloccavamo l’ascensore il tempo di ricostruire il salottino al suo interno: poltroncine, pianta, tavolino, abat-jour. Quando veniva richiamato a pianoterra, orecchiavamo dalla tromba delle scale le reazioni di chi si ritrovava di fronte l’ascensore arredato di tutto punto. E scappavamo come bambini. Ma io avevo ventisei anni e tu, Max quarantatré. Altre volte, negli ascensori affollati, in quei lunghi attimi d’imbarazzo che si creano fra corpi estranei addossati l’uno all’altro, noi, schiena alla parete, mano a mano che l’ascensore saliva, scendevamo impercettibilmente, fino a ritrovarci seduti sui talloni, muti e disperati. La costernazione dei presenti, sempre più imbarazzati, ci metteva allegria. Ti ricordi, Max, quella signora che scappo’ dall’ascensore gridando agli usceri di chiamare l’ambulanza perché “due signori si sono sentiti male”? E ti ricordi quella volta ai Dodici Apostoli, dove festeggiammo il successo di uno dei nostri programmi, con un pranzo prelibato in una stanza riservata dell’augusto locale? Un cameriere ci servì il primo in un enorme biscotto a forma di salmone. Era altezzoso e antipatico. Quando ci lasciò soli, noi facemmo sparire il piatto di portata, le posate, i calici, la caraffa dell’acqua e la bottiglia di vino d’annata, e li riponemmo in un’antica credenza. Uno dei camerieri sfrecciò in corridoio con dei piatti in mano gettando un’occhiata furtiva all’interno. Noi, molto contrariati, tamburellavamo con le dita sulla tovaglia intonsa. L’attimo dopo, due, poi tre, poi quattro teste di camerieri si affacciarono, parlottando fra loro, sottovoce. Quello che ci aveva serviti entrò: «Ma…ma…ma…» E tu con il tuo vocione, sbottasti: «Ma…ma…cosa? È un’ora che stiamo qui e non ci avete ancora portato un grissino!» Irruppe il maître: «Che sta succedendo qui?» Il poverino arrossì, disse che ci aveva servito il primo, ma che poi era scomparso “tutto”. «Scomparso?» rispondemmo. «Ma per chi ci avete preso, per il mago Silvan? Per Tony Binarelli? Per Houdini? E andiamo!» Il maître fece riapparecchiare e ci riportarono il salmone daccapo. Il cameriere era completamente trasformato, lo sguardo prima altezzoso ora vagava nell’immensità, non riusciva a capacitarsi e a darsi pace. Ci fece tenerezza. Gli lasciammo una lauta mancia e la credenza aperta, perfettamente apparecchiata all’interno, come per due gnomi, con il salmone ormai freddo di prima. Eravamo due stronzi. Ma abbiamo scritto insieme, ridendo e litigando a sangue, dei varietà come “Torno subito” e “Viva la radio” che la Rai ha dimenticato, il pubblico no. I nostri personaggi, che irrompevano in diretta nel programma, come se improvvisassero, erano scritti dalla prima all’ultima battuta, in monocamere in affitto, o in motel di periferia. Tutti i pomeriggi alle tre mettevamo le nostre macchinette da scrivere l’una contro l’altra e ammonticchiavamo copioni che, il giorno dopo, sarebbero stati recitati da attori giovanissimi e sconosciuti, quasi tutti poi diventati famosi. C’era Lella Costa che interpretava la Camilli Umbertina, una torinese in cerca di notorietà, che trent’anni prima dei reality, si collegava dal cornicione del palazzo dov’era appollaiata come una picciona, e con spiccato accento piemontese ci gridava: “Mi carambolo morta? Mi spiaccico cadavera? Mi frantumo in coriandoli?” E noi tentavamo di dissuaderla fino al “suicidio” successivo. C’era Michele Serra, giornalista ancora poco noto dell’Unità, che faceva il Pinco, un milanese di periferia, ultra pedante, maniacale, che ci raccontava per filo e per segno dei suoi squallidi pomeriggi trascorsi nei supermercati con gli amici, in cerca di quello dove lo stesso prodotto costava di meno. Sembra oggi, ahimè. C’era Antonio Catania che interrompeva il programma esordendo “Silenzio! Sono l’onorevole Antonio G. Melma” e, fregandosene delle nostre proteste, trattandoci da pezzenti non raccomandati (quali eravamo) voleva rilasciare la sua dichiarazione. Alla fine cedevamo e lo lasciavamo da solo davanti al microfono e, inesorabilmente, lui scoppiava a piangere, perché era semianalfabeta, anche se corrotto e se girava con il Lamborghini “Miura” dai sedili interamente rivestiti dalla pelle delle sue amanti. C’era Angela Finocchiaro, “la Dottoressa Bruti”, una psichiatra sadica, direttrice di una di quelle cliniche ospizio, dai nomi di “quiete”, che si rivelano dei lager per anziani. C’era Vanni de Lucia, poi diventato un clown internazionale, che interpretava il Perozzi, un uomo in cerca di sua madre: “Mamma? Dove sei mamma?” e farneticava, scoprendo che tu o io (alternativamente) eravamo suo padre, e pretendeva la paghetta e di vivere a casa nostra.
È stato proprio il Perozzino, Massimo mio, a telefonarmi ieri sera e a dirmi che non c’eri più. Dopo che tu facesti “Quelli della notte”, il nostro sodalizio s’interruppe e da allora ci separammo e non scrivemmo più insieme. Ci siamo incontrati, negli ultimi vent’anni, solo un paio di volte, con quell’infinito “non detto” nello sguardo che ci imbarazzava così come noi imbarazzavamo la gente negli ascensori. Ti ho voluto tanto, tanto bene, amico mio. Non so se i morti leggono Facebook, ma spero di sì. Qui il cielo è pieno di nuvolette, le immagino colme di gente, tutte su nuvole allo stesso livello, nel cielo. Adesso una, la tua, si sta abbassando impercettibilmente, mentre le altre salgono, compatte, come in ascensore, e tutti i santi e i nostri cari si affacciano a guardare la tua nuvoletta, costernati. C’è anche quella signora di una volta, quella che scappò a chiamare l’ambulanza. Ci casca sempre, la senti? Sta chiamando Dio. “Aiuto, Dio! Aiuto! C’è quella nuvola coi baffi che si sta abbassando mentre noi saliamo!”
Ridi sempre, Max, ridi senza fartene accorgere, ridi come allora.

STRATEGIA DELLA PENSIONE

La strategia della tensione degli anni Settanta non c’entra niente con gli spari disperati a Montecitorio, ma è il danno collaterale della “strategia della pensione”, la politica economica, lei sì squilibrata e folle, che svuota le tasche ai più deboli (pensionati, piccoli imprenditori, operai) per tutelare chi non ne ha bisogno: la speculazione, le banche, le grandi imprese che delocalizzano nell’Europa dell’Est e la minoranza del Paese che vive di rendite finanziarie o immobiliari. La strategia della pensione è di non aver fatto una patrimoniale. La strategia della tensione, oggi, è l’ingiustizia sociale.
Luigi Preiti è il figlio della strategia della pensione: un esodato dalla vita. Un disoccupato, quindi un morto vivente, uno dei milioni di zombie figli degli Anni di Equitalia, assai peggiori degli Anni di Piombo. Allora, le pistole le impugnavano gruppi terroristici isolati. Oggi, terrorizzati da raffiche di multe, bollette e cartelle esattoriali, sono moltitudini, ex ceto medio, nuovi poveri, ai quali è lo Stato ad apparire come minaccioso, “terrorista” e armato.
Quando la tua patria non ti dà lavoro, mentre le tangenti e gli sprechi imperano; quando ti procrastina la pensione scippandoti i contributi versati; non ti ascolta né ti parla se non per vessarti; non ti cura se non te lo puoi permettere e non ti rappresenta perché non puoi votare chi ti aggrada, allora non ti senti più in democrazia ma in una patria patrigna, in esilio in casa, perduto e allo sbando in un Paese senza più valori condivisi, ti scopri “bandito” dalle istituzioni e dalla tua stessa famiglia che non hai più i soldi per mantenere, isolato e straniero.
Neppure il sangue di carabinieri innocenti è riuscito a zittire il cicaleccio delle comari della politica. Il governo che giurava fedeltà alla Costituzione sui colpi di pistola non era consapevole di aver silenziato otto milioni di voti, sia pure con la corresponsabilità di Grillo per averli sterilizzati? Macché. Invece di addossarsi la colpa politica di un atto sconsiderato, prima l’hanno imputato alla follia di uno squilibrato, e dopo la smentita dei congiunti di Preiti, ne hanno riversato la responsabilità su quegli stessi otto milioni di voti, tentando di manovrare in proprio favore il sangue dei servitori dello Stato. Una cosa oscena. Con l’eccezione di Laura Boldrini: “La politica ha trasformato una vittima in carnefice”. E di un carabiniere, uno di quelli che ieri potevano morire: “È il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio. Ecco cosa succede, ma i politici vivono in un mondo loro, non capiscono.”
È bene che capiscano e in fretta che il Parlamento non è cosa loro né una filiale di Cosa Nostra. Ma, con il Quirinale, è la casa e l’ufficio di tutti gli italiani che vi sono rappresentati e si attendono, dal nuovo governo, giustizia sociale, lavoro, dignità e senso dello Stato.

LA DOMENICA DEI BOMBAROLI

Così come Papa Francesco non è uguale a Ratzinger, l‘ex procuratore antimafia Grasso presidente del Senato non è come avere Schifani seduto su quella poltrona, e se il Pd fosse esattamente la stessa cosa che il Pdl (come tanti di voi mi hanno ribadito mandandomi all‘inferno) siete davvero sicuri che avremmo sentito una così vibrante difesa degli ultimi da parte di un nuovo presidente della Camera? Laura Boldrini è stata eletta grazie anche allo sbarco dei marziani di Grillo a Montecitorio che hanno pungolato il pachiderma Pd, come topolini fra le sue zampone. E fra questi, come io speravo, ce n’è stato qualcuno più responsabile e libero, che ha trovato la forza di ribellarsi ai comandamenti del Padre Supremo, più che portavoce, e ha permesso l’elezione di un avversario della mafia invece di quella di un uomo sospettato di essere in odore di mafia. Per molti di voi, soprattutto per i più disciplinati del M5S, fra i due non vi sarebbe alcuna differenza, e chi ha votato trasgredendo alle regole del movimento e alle sue indicazioni di voto, è un traditore. Per quanto mi riguarda, la penso in modo specularmente opposto. Solo i dispotismi azzerano le diversità, e anche le più piccole differenze fra un uomo e un altro, come fra un partito e un altro, possono cambiare il corso degli eventi. Non capirlo, in democrazia come nella vita privata, è una presunzione un po‘ sciocca, e può rivelarsi un grande errore, spesso fatale. Sono felice per un Papa che mette i poveri al primo posto, per il discorso del nuovo presidente della Camera così attento ai diversi, ai disoccupati, agli oppressi, e anche perché al Senato non c’è più Schifani ma Grasso. Non vorrei mai vivere, caro Beppe, in un paese in cui un solo movimento o partito avesse il cento per cento dei consensi, e sono convinto che anche tu saresti il primo, in quel caso, a incarnare il Bombarolo di Fabrizio de Andrè. Quindi sono molto felice che una piccolissima primavera praghese abbia infranto il muro un po‘ leniniano del M5S, rendendolo appunto più movimento e meno pietrificato sulle sue tavole dei comandamenti. Gli uomini in rivolta sono fatti così, si rivoltano anche alla loro stessa rivolta, dubitano e decidono secondo coscienza. Con grande stanchezza e molta nausea avevo votato Pd, pur simpatizzando molto per il M5S, ma nutrivo ancora dubbi sulla sua democrazia interna, e le parlamentarie mi erano sembrate ancora poco rappresentative, un ticchio meno delle primarie del Pd che avevano coinvolto un numero assai maggiore di elettori. Non è facile votare oggi in Italia, purtroppo, non è facile per niente. Ma se, con buona pace dei padri, i giovani movimentisti 5 Stelle dimostreranno, come alcuni di loro hanno appena dimostrato, di agire e votare secondo la loro coscienza, così come la Costituzione prevede, alle prossime elezioni per me e per i tanti che pensano che le differenze esistono eccome, sarà un piacere votarli, senza dover tradire la coscienza nostra. Comunque, con Papa Francesco, la Boldrini e Grasso, l’Italia è un po‘ meglio di ieri e anche per il bombarolo che è in noi, oggi è finalmente domenica.

DURI E PURI O COME A PRAGA

A Perugia, un piccolo imprenditore si barrica nella sede della Regione, grida “mi avete rovinato!”, uccide due impiegate che gli avevano negato un finanziamento e si spara. A Sesto Fiorentino, un sessantenne licenziato dalla ditta scrive ad amici e parenti chiedendo perdono, si cosparge di benzina e si dà fuoco. Ce ne saranno di più, sempre di più, perché meno ci sarà pane e più ci sarà panico. Perché già siamo Grecia, già si vede l’Argentina di dieci anni fa con i “cartoneros” che frugavano nei rifiuti per rivenderli agli impianti di riciclaggio mentre i loro bambini non potevano andare a scuola perché senza scarpe. E il Movimento 5 Stelle è stato l’ultimo treno dei senza speranza. Passato questo, ci sono i colonnelli. Chi altri? “Carabineros” e un omino di ferro. Sospensione della democrazia a tempo. Con la scusa di ristabilire l’ordine pubblico.
Non sono apocalittico, sono realista e ovviamente spero che non accada. Ma già s’intravede…Sportelli bancari chiusi, come a Buenos Aires. E migliaia di pugni sulle serrande. Perché noi ci stiamo spaventando e la finanza mondiale si sta spaventando di noi. L’Europa unita non c’è, si è unita solo l’Europa dei soldi. L’Europa è unita quando un operaio dell’Audi di Ingolstad, sulle rive del Danubio, rinuncerà a un premio di produzione per non lasciare indietro un disoccupato Fiat di Pomigliano. Fantascienza.
Siamo soli. Beppe, non puoi scappare sulla spiaggia della tua villa come il cavaliere mascherato, non puoi fare come loro, fermati. Non è più tempo di teatrini e di contro teatrini. Chissenefrega di rassicurare i mercati, ma le donne e gli uomini quelli sì. Fra l’inciucio e l’essere duri e puri c’è una strada per impedire quel che sta accadendo. Berlinguer e De Gasperi l’avrebbero trovata. Non si può rimandare la costruzione di una speranza a quando i brutti, sporchi e cattivi (chissà perché sono sempre e solo gli altri) si saranno sparati addosso fino a estinguersi. Perché, nel frattempo, si saranno sparati addosso migliaia di altri povericristi. E in milioni saranno sotto la soglia della sopravvivenza. Quel giorno siete davvero certi che vi rivoteranno? E non è comunque -in questo frangente drammatico, di senzatetto e suicidi- un calcolo cinico e orribile, questo? Non è “vecchia politica”? Invece di sperare in un inciucio fra D’Alema e Berlusconi, fregandovi le mani mentre il Paese muore per colpa loro, (che ahimè sarà sempre anche colpa nostra, nessuno è innocente) non sarebbe meglio inventarsi qualcosa, così si fregano loro? Non si può essere così sciocchi da credere che nel PD ci siano solo ladri e faccendieri. Nelle ultime file, quelle appena votate, ci sono giovani e donne che entrano per la prima volta in Parlamento, pieni di speranza e di voglia di fare. E sono una valanga. Esattamente come i 5 stelle. Parlarsi no? Mescolarsi mai? Lo ripeto, se avessi venti, trent’anni, un’occasione così enorme e smaccata di cambiare la storia di questo paese non me la farei scappare neanche minacciato da un carrarmato. Perché mi ricorderebbe la primavera di Praga. E proprio grazie all’articolo 67 della nostra bella Costituzione, quello che lascia il parlamentare (ormai rappresentante di tutto il popolo italiano) libero dal vincolo di mandato e dal mandante.
Sì, io farei un immenso gruppo misto di giovani e donne dei due schieramenti, su un piano programmatico comune, senza casacca e senza bandiere (così non si sporcano, per carità) e mi sporcherei le mani immergendole nella realtà e salvando la vita ai cittadini. Perché sareste maggioranza, lo sapete? Potreste dare la fiducia a un vostro governo mandando a casa questo letamaio e forse riuscireste a salvare il vostro paese. Ma una cosa così non verrebbe in mente neppure a Dario Fo. Per cui non impiccatemi a piazzale Loreto, grazie, faccio da me, preferisco su viale Masaniello dove abitava l’amore mio.