Olio e petrolio

Ciao a tutti, nei 400 post che costellano l’ultimo mio intervento ho visto serpeggiare, qui e là, una giusta critica perché vi ho lasciati soli sul blog. Ho cercato di spiegare che non ho le mani della dea kalì, e sto scrivendo due libri e tre pezzi settimanali su l’Unità, ma chissenefrega come avrebbe detto Cuore, ho anche aggiunto che basta un euro di giornale per sapere quel che penso e scrivo, ma una selva di critiche mi ha definitivamente persuaso che a noi di sinistra (passatemi la metafora) non ci va mai bene niente e vogliamo un litro d’olio senza neanche spremere un’oliva. Fermiamoci qui per carità. Appena mi sarà possibile tornerò a scrivere nel blog, ossia a fare l’olio, la domanda che mi sono posto è se nell’attesa avessi dovuto chiuderlo, o meglio, se avreste preferito che lo chiudessi. Mi sembra di aver capito di no, visto che una parte di voi continua a scrivere su queste pagine che, con me o non con me, sono pagine senza padrone. Dall’Alitalia, a clienti e prostitute in galera, dai cicloni apocalittici che si stanno abbattendo sulla terra, ai poveri orsi polari alla deriva senza più ghiacci sotto i piedi, gli argomenti non si contano. Ma se preferite utilizzare questo spazio come una chat, è un vostro diritto. Naturalmente spero nella prima ipotesi, anche perché avete dimostrato di esserne all’altezza, chi con poesia chi con pragmatismo.
Dallo stretto di Gibilterra, davanti all’oceano che oggi è incazzato, un abbraccio a tutti i rospi atlantici. Di-Jack

DAZIBAO 2

Posto nuovamente il grande schermo bianco del nostro DAZIBAO e ne approfitto per ringraziarvi, scusandomi se, talvolta, potrà succedere che pubblicherò i vostri scritti con qualche ora di ritardo. Ciao a tutti. Diego

Per un amico mancato

E’ scomparso Gianfranco Funari, la prima pietra sulla quale è stata edificata la cattedrale della televisione che stupisce, che lascia “a bocca aperta”, sia per la spontaneità irriverente del conduttore e mattatore, sia per l’utilizzo a briglia sciolta della gente comune, nel ruolo di protagonista dello show.
Con Gianfranco ho lavorato a un programma, Apocalypse Show, dal quale mi sono ritirato perché erano insorti troppi contrasti e quella che mi era sembrata una sincera amicizia nata improvvisamente, altrettanto improvvisamente è finita.
Sarebbe ipocrita, da parte mia, e adesso, unirmi agli elogi che si riservano, in occasioni tanto tristi, a personaggi che, pur avendo fabbricato la Tv di oggi, sono stati emarginati per anni.  Era stato proprio questo il motivo che mi aveva spinto a conoscere Funari: il suo “esilio” dalla televisione. Poi ci siamo bruscamente divisi. Io scelsi il silenzio. Non volevo polemiche, ero umanamente dispiaciuto, tutto qui. A maggior ragione lo sono oggi di fronte alla sua scomparsa. Ciao Gianfranco, grande amico mancato.

DAZIBAO (o se preferite) TATZEBAO

Il dazibao, giornale murale cinese, scritto in italiano nei modi più assurdi (non il muro, la parola) è il vostro spazio bianco che lascio qui sotto. Non prendetela per pigrizia, amici miei, ma sto facendo a pugni col mio nuovo romanzo, che mi cambia titolo continuamente sotto gli occhi (e personaggi, eventi, strade e città) ma che adesso sembrerebbe finalmente delinearsi: "Le attrazioni morbose" e che conto di finire entro settembre. Naturalmente scriverò ancora in questo periodo sul blog, ma nel frattempo ci tenevo a farvi sapere che non sono "desaparecido". Vi leggo sempre con attenzione e interesse, a volte leggo anche post memorabili, poetici, intensi; in altre occasioni vi mordete il sedere a vicenda, cosa però che alla mia fedele compagna Sara diverte moltissimo e abbaia scodinzolante allo schermo del Pc. Un fraterno abbraccio e buone vacanze per chi può permettersele. Diego

E allora schedateci tutti

La “trovata” di prendere le impronte digitali ai bambini Rom è una maligna furbata politica, intollerabile e imperdonabile. Il ministro degli interni Maroni, manipolando il panico popolare della piccola criminalità, ha soffiato a pieni polmoni sul fuoco del razzismo, un vulcano in attività permanente nei meandri della bestialità umana. Siamo governati da piccoli uomini, ubriacati dal consenso, che in “buona fede” (è questo il sintomo della loro mediocrità) neanche si accorgono che prendere le impronte digitali ai bambini è l’anticamera di Goebbels, senza se e senza ma. E allora schedateci tutti, a partire dai figli di Maroni, di Bossi, di Berlusconi, e giù giù per li rami, finché non sia completata la schedatura del genoma italico. Solo dopo si potrà procedere, rossi di vergogna, a prelevare le impronte digitali di padri e bambini Rom, alcuni dei quali ladri (noi, oltre a eserciti di borseggiatori e rapinatori abbiamo gli evasori fiscali, i più ladri del mondo). Ricordando, però, che i piccoli zingari sono figli di un popolo che non ha mai storto un capello all’umanità, mai fatto una guerra.

Sì, schedateci tutti, voglio firmare anch’io, con le mie impronte digitali, questo umiliante periodo storico italiano, altrimenti potremmo illuderci che stavamo dormendo. Non è così. Al contrario, sono purtroppo quasi matematicamente certo, che se il tribuno premier arringasse televisivamente gli italiani per domandare loro, con un referendum, se sia giusto o meno prendere le impronte digitali ai bambini degli altri, la maggioranza risponderebbe “Sì” come un sol’uomo. E allora? Forse a Pilato non si rispose “Barabba! Barabba!”? L’audience di allora ha giustificato la crocefissione del Cristo? No Maroni, questa non è democrazia partecipativa, è una parola più semplice: infamia. Lei ha suonato l’ “ouverture” di un antico concerto, che conduce invariabilmente a contrassegnare con una stella gialla gli ebrei di oggi, i rom, e domani chiunque non la pensa come il Capo. Quando ho visto levarsi le fiamme dai campi Rom è stato inevitabile ricordare la notte dei cristalli. Anche allora la maggioranza dei tedeschi rideva plaudente al linciaggio del debole e del diverso. Dopo milioni di morti, la Storia ha poi riso del nazismo. Prima di promulgare questa legge, venga il premier in televisione a reti unificate, a spiegare parola per parola che cosa dovrà dire un Rom a suo figlio, quando dovrà apporre le sue piccole dita inchiostrate in una questura italiana. “Perché mi fanno questo?” La Storia è imprevedibile, signori ministri. Un giorno ai vostri bambini potrebbe accadere lo stesso. E non avreste giustificazione alcuna, perché quel vulcano l’avete riattizzato voi. Ma prima, fateci apporre a tutti la firma digitale contro la vostra legge di merda. Prima, però, schedateci tutti.

Il grande gelo

Nel canale di Sicilia, 56 miglia a sud di Malta, le gabbie dove i tonni vengono allevati per essere uccisi, sono servite da ciambella di salvataggio per ventotto profughi somali naufragati nella loro corsa all’oro. Altri sei, fra i quali dei bambini, sarebbero annegati. Ma anche il forziere Europa fa acqua. Persino il profeta dell’accoglienza, Zapatero, (la Spagna ha oltre due milioni di extracomunitari) si è dovuto inventare un superbonus in cambio della rinuncia eterna al permesso di residenza e di lavoro. Soldi in bocca per chi se ne torna a casa. Ma visto che, come diceva il profeta Geremia, “sia maledetto l’uomo che confidi nell’uomo”, anche Zapatero non si fida: il primo assegno, pari al 40% del superbonus, sarà firmato alla partenza dell’immigrato  dalla Spagna e il 60% alla consegna del pacco umano in patria. Un esodo a rovescio che riguarderà, spera Zapatero, almeno un milione di lavoratori, la metà degli extracomunitari spagnoli. La crisi dell’edilizia sta decimando i posti di lavoro, e Zapatero gioca d’anticipo dando per scontata un’altra profezia: una crisi economica mondiale. Una spirale perversa ingenerata dall’aumento del prezzo del petrolio, a sua volta alimentato dal crollo del dollaro (la valuta con cui si tratta il greggio sui mercati finanziari) che a sua volta fa impennare i costi, quindi i prezzi al consumo, delle derrate alimentari, come il riso o il pane, i cui prezzi inarrivabili per chi guadagna un dollaro al giorno stanno già producendo conseguenze bibliche in più di cento paesi, riassumibili in una parola sola e terribile: carestia. Il summit sull’alimentazione della Fao si è concluso con una promessa da marinai: la fame nel mondo? La risolveremo nel 2050. Milioni di famiglie in bilico sul baratro della povertà si stanno legittimamente chiedendo se avranno la forza di attendere quarantadue anni prima di poter fare, con qualche disinvoltura, la spesa al supermercato. La crisi energetica mondiale c’è, è indubbio, ma tutti fanno orecchie da mercante alla sua perversa gemella, la crisi etica. Al vertice Fao il cuore marcio dell’uomo del terzo millennio era esposto al pubblico ludibrio e ci sarebbe voluto un nuovo Goya per raffigurarne i deformi personaggi in cui quel cuore nero batte moneta. Ogni leader tirava quel che resta della coperta sui piedi del proprio paese, rischiando il grande freddo mondiale.

Un piccolo esempio di mala etica all’italiana? La scoperta che in tutta Roma solo 2100 case di lusso pagheranno l’Ici. Quelle accatastate A1. E gli attici di via Veneto? I loggiati al Pantheon? Le migliaia e migliaia di appartamenti sfarzosi del centro storico e di tutte le zone di pregio della capitale? Al massimo sono accatastati A2, definiti “di tipo signorile”, non sono case da ricchi ma “tarocche”, tipo le borse Fendi o le patacche dei Rolex. Intorno alla scalinata di Trinità dei Monti, e in tutta Piazza Navona? Due sole case A1, il resto fuffa, polvere di stelle, anche se gli inquilini si chiamano Rocco Barocco o Pippo Baudo. Se fossi in loro denuncerei il Comune per lesa maestà. Ma per chi li hanno presi le casse comunali, per baraccati? Dovrebbero offendersi di pagare “tipo signorile”. O sei signore o no, non si scappa, con tutti gli accatastamenti che ne conseguono.

Quel che un poco ci consola, è che se il Terzo Mondo è nel panico, anche i ricchi d’oltreoceano cominciano ad avere fifa. In Gran Bretagna, per esempio,  sempre più "Sir" si rivolgono al vecchio Monte dei Pegni. Sì, anche i redditi dei professionisti fanno acqua. Non proprio una tonnara, ma un po’ di sangue comincia a vedersi. In pieno centro di Londra, si legge sul 24 Ore, i prestiti elargiti dalla casa Milton’s riguardano pegni poco trattati sino a ieri: diamanti, orologi da migliaia di euro, persino un Aston Martin in cambio, pare, di 30mila sterline cash. Il tutto mentre, negli Stati Uniti un modello di Jaguar che in Italia costa ancora, di listino 120 mila euro, in una concessionaria di Los Angeles dove si servono le star di Hollywood, lo puoi acquistare, chiavi in mano, esattamente alla metà. Segnali globali che i conti non tornano, né quelli energetici né quelli etici. Qualche giorno fa, un altro guru degli investimenti di Wall Street, già processato e condannato, invece di presentarsi all’appuntamento con la giustizia carceraria avrebbe finto di suicidarsi per sparire nel nulla con una cifra spropositata di dollari che gli erano stati affidati da migliaia di piccoli risparmiatori. Che fine faranno, adesso, queste famiglie della piccola e media borghesia? La distanza fra queste e le famiglie dei ventotto profughi somali aggrappati alle reti dei tonni a largo di Malta si sta paurosamente assottigliando. La fame avanza e ha uno stomaco da squalo, inghiotte corpi e lavatrici, muratori cingalesi, forni a microonde, yuppies londinesi, casalinghe del Cairo e di Bologna, e persino l’Aston Martin di James Bond. E tutti gli 007 guardiani del mondo dimostrano di avere solo la licenza di uccidere e l’incapacità di offrirci la licenza di sopravvivere.

Giovedì 12 Giugno

Come si può lanciare per aria un bambino di tre anni e rimbalzarselo gli uni con gli altri per farne un bersaglio vivente, urlante, da abbattere a fucilate? A Sant’Anna di Stazzema, i primi di agosto del 1944, a un battaglione SS capitanato dal maggiore Walter Reder e guidato da fascisti collaborazionisti a caccia di partigiani, il “tiro al bambino” parve un passatempo di guerra, un Luna Park umano, un gioco elettrizzante, come impalare le donne, o sterminare in sole tre ore, nelle stalle e nelle cucine, 560 civili inermi, mamme, nonni, bambini. Di quella Fiera del Male, quell’Esposizione Mondiale di orrori che fu l’ultima guerra, Sant’Anna di Stazzema non fu che un periferico stand. Anche noi italiani ci distinguemmo in veste di belve, per esempio in Grecia. Esponemmo i nostri orrori in fiera. Le SS, prima di essere un corpo militare prediletto dal Führer, sono una categoria dello spirito, una divisione militarizzata ed efficiente della metà della nostra coscienza, la mezzaluna buia dell’animo umano. Tra i doveri del servizio pubblico, quello della memoria è il primo. Ieri sera, a “La storia siamo noi”, la lunga ombra degli orrori di Sant’Anna di Stazzema era scandalosamente attuale. Perché tre ore prima (il tempo esatto che impiegarono le SS a compiere quella strage degli innocenti) era andato in onda il telegiornale. Da almeno due notizie esalavano gli stessi miasmi di Sant’Anna, il fumo acre dei corpi bruciati, gli orrori sfavillanti di cui siamo capaci senza neanche la scusa di trovarci in guerra. La nuova strage di morti bianche a Catania, con sei operai uccisi. La clinica Santa Rita, a Milano, dove era prassi asportare un rene o un polmone a chi si era ricoverato per un’operazione assai meno remunerativa, per i primari e la clinica, definita da uno degli anestesisti “una macelleria”. Senza le intercettazioni della magistratura (così come senza i documenti storici sul Luna Park del male del 1944) non sapremmo niente della banalità della ferocia. Lo “slang” utilizzato da quei chirurghi delle SS di Milano nelle loro chiacchierate telefoniche è purtroppo assai simile a quello dei tedeschi e dei fascisti che lanciavano un bimbo per aria per farne tiro al piccione. Oggi, in Italia, la vita altrui è altrettanto indifferente, l’importante è lucrare, tutto il resto è noia come cantava Califano. Anche la sicurezza sul lavoro costa, mentre la vita di un operaio non vale nulla, al massimo il prezzo di una dichiarazione. “Ora basta”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica. Ma in Italia è in corso una straordinaria precipitazione della cattiveria, e un semplice basta, per quanto autorevole e solenne, non basta affatto. Se la ferocia è prassi quotidiana, la corruzione il costume di un popolo, le stragi sul lavoro immancabili sul giornale come il trafiletto degli oroscopi, ogni stupore è ipocrita, inconcludente, banale quanto il male. Credo che l’Italia sia in guerra, né più né meno del 1944, ma nessuno lo sa. Non ne siamo venuti a conoscenza. Conduciamo esistenze da falene a rovescio. Corriamo incontro all’ombra, non alla luce. Ci stiamo bruciando le ali a un sole nero. Tutto ci conduce e seduce verso la zona buia dell’anima: la politica, l’informazione, la vita di ogni giorno. Sul bene abbiamo imposto il coprifuoco. Le cose sacre della vita hanno perso la guerra. Ma finché non avremo profonda coscienza di questo, nessun alleato ci potrà salvare e nessun dopoguerra ci farà rinascere. Abbiamo venduto l’amore per trenta denari. Per questo siamo assediati dalla morte.

Sabato 24 Maggio

Dovetti scegliere tra morte e stupidità.
(Sopravvissi).

Gesualdo Bufalino

 È imbarazzante scoprire quanto una dolente sciocchezza accadutaci in tenera età possa aver deviato le nostre scelte che chiamiamo destino. Stamattina, dall’imprevedibile scatola magica che è la memoria, un ricordo è schizzato in piedi con lo sberleffo di un clown a molla. Una sera d’agosto del 1960, a Sassari, restammo a dormire con mia madre a casa di una lontana zia, progenitrice a sua volta di svariati cuginetti. Pur di toglierci di torno e spedirci a letto, mia madre istituì un premio notturno. Quando sarebbe giunta l’ora di coricarsi anche per gli adulti, si sarebbe accaparrato un regalo “il bambino più bambino di tutti”.

Nella scala anagrafica io ero il penultimo, sette anni, e sebbene avessi più chance di mia sorella di undici e mezzo o di una cugina di dodici, sulla carta ero già battuto da Gian Luigi detto Giangi che ne contava cinque, ed era un bimbo specializzato nell’imitazione di Topo Gigio, infatti ripeteva incessantemente, con squittii da topo e roteando gli occhi, “Cosa mi dici mai?”. Mia madre puntualizzò che per essere premiati “più bambino di tutti” l’età non contava, altrimenti non ci sarebbe stata partita, ma si sarebbe dimostrata vincente la nostra postura notturna. A suo insindacabile parere il “bambino dei bambini” era colui che dorme con le braccia levate in segno di resa sul cuscino, a pugni chiusi, e non chi giace su un fianco o a pancia in giù, come i grandi.

Mentre tutti dormivano, io ero sveglio. Tenni testa agli assalti del sonno, per ore. Dal salotto filtrava una lama di luce eterna, un chiacchiericcio confuso di genitori e zii, faceva un caldo africano e Topo Gigio dormiva nella posizione vincente. Anch’io, e non cedevo di un millimetro. Era una postura scomodissima, le braccia mi formicolavano, per non cedere al sonno mi conficcavo le unghie nelle palme serrate delle mani, ma non c’erano santi, il bambino di mia madre dovevo essere io, cascasse il mondo. Finalmente in salone le luci si spensero e con gli occhi strizzati intravidi la sagoma di mamma che si chinava con la zia sui lettini di quella improvvisata camerata. Io giacevo in postura impeccabile, gli occhi chiusi, i pugnetti sul guanciale, la statua di un dio bambino dormiente. Ma mia madre disse: “Tu è inutile che fai finta, eccolo qui il dolcissimo bambino dei bambini, è Giangi.” E gli scoccò un bacio sulla fronte. Ricordo che mi sentii sommerso da un’ondata di vergogna e ridicolo, tradito da mia madre e denunziato al mondo come impostore. Che aveva fatto quella caricatura di Topo Gigio per meritarsi la targa di bambino D.O.C.? Nulla, dormito e basta, mentre io avevo piantonato per ore, come una rigida sentinella, le frontiere dell’infanzia. Avevo retto ad orde di gnomi ed elfi che pretendevano di abbassarmi le ciglia come serrande di negozi chiusi per ferie, avevo tenuto testa alle sirene tentatrici che mi spingevano come un tappeto rotolante nella mia postura abituale, rovesciato su un fianco. Potevo ritenermi davvero vittima di un’ingiustizia? No, neppure questo sollievo, perché avevo mentito. Fatto sta che la coscienza infantile, in casi come questo, ripara il danno come può. Alle volte esagerandone drasticamente le conseguenze, con drammaturgia implacabile. Di colpo il mio teatrino interiore si fece deserto. L’ultima scena non era forse mia madre teneramente ricurva sul letto di un altro? Ne trassi una fatale conseguenza: ero orfano, mia madre era morta, e in qualche modo l’avevo uccisa io.

È trascorso quasi mezzo secolo, e stamattina mi risveglio con questo ricordo che mi strizza come se avessi indosso il pigiama di allora. Si sa che i ricordi vanno via come patatine e la memoria te ne fa subito sgranocchiare un altro. Avevo vent’anni e per mantenermi da solo facevo lavori umilianti per uno nato nei quartieri alti. Ma ero ebbro di eternità perché scrivevo poesie e un giorno, chissà, sarei diventato come Dylan Thomas o Borges, i miei preferiti, e anche Jack London, guarda caso, aveva fatto lo scaricatore di porto e il cercatore d’oro prima di maneggiare la penna, così mi addormentavo con quella postura immortale con la quale immaginavo si coricassero i poeti,  le braccia distese lungo i fianchi, da giovani tronchi dai nervi fragili e le radici strappate che fluiscono solenni nei fiumi notturni. Inoltre amavo una ragazza bionda, ma le parlavo come San Francesco con i lupi, più che amore era un mito incarnato, dovevo esorcizzarne la feroce maternità perché tutte le donne che amiamo hanno qualcosa di tua madre, soprattutto per coloro i quali hanno commesso matricidio come fantastica rappresaglia contro un’infanzia che si suppone tradita. Insomma, le urtavo i nervi, e che l’amassi alla follia lo sapevo solo io e quel bambino notturno di Sassari la cui madre ne aveva baciato un altro, inoltre le mettevo paura dicendole che se un giorno avessimo avuto un figlio io me lo sarei mangiato, perché dicevo queste cose bislacche che a me risuonavano di sublime ironia essendomi dovuto amaramente rimangiare il bambino che ero, ma agli altri giustamente echeggiavano come litanie di pazzo incosciente, tantevvero che un brutto giorno la mia adorata bionda non ne volle più sapere di me, ed io ebbi un comportamento autistico per tredici anni esatti, che perfino le maledizioni di solito non travalicano i sette, mentre io per tredici anni passai e ripassai sotto al suo portone chiuso, almeno sei volte al giorno, che in totale fanno 28.470 passaggi, il più bestiale e funereo dei record.

Per un’altra di quelle delibere o scorciatoie della coscienza, che quando il teatro interiore degli affetti si vuota lo compensa d’incanto con un pieno improvvisato, sia pure da una fatale idiozia, giurai a me stesso la seguente sciocchezza: “Amor mio, hai voluto cancellare il mio nome dalla tua memoria del cuore? Un giorno aprirai il giornale e lo leggerai a caratteri cubitali!”. Credo di essere diventato giornalista e poi autore di programmi esclusivamente per questo, e di averle escogitate tutte perché un giorno lei leggesse il mio nome sul giornale, con la stessa tenacia con cui una notte resistetti al sonno per essere premiato più bambino di tutti da mia madre, senza pensare che lei, la bionda, avrebbe certo potuto leggere il mio nome, ma altrettanto certamente avrebbe poi girato la pagina in silenzio o con un semplice “Ah!” a suo marito che magari di nome fa Giangi, non per questo venire a cercarmi dagli Appennini alle Ande, così come a mia madre quella notte sembrò giusto darmi una lezione, e mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente che quello sarebbe stato il primo “Ah!” di una tragedia ridicola, che mi avrebbe fatto passare come un corteo funebre 28.470 volte sotto casa di una bionda, che a sua volta mi avrebbe fatto scrivere 28.470 articoli o copioni di programmi, costretto a sottopormi a 28.470 ore di psicanalisi, il tutto per un bacino dato non a me ma a Topo Gigio. E questa è la vita, bella o brutta che sia, dite la vostra che ho detto la mia.