Sabato italiano

I domenicani, l’ordine dei predicatori di San Domenico, umili e proni uomini di fede. Di colpo, un istante fa, la mia visione del mondo si ribalta. Sulla home page di Repubblica un titolo mi fa impallidire: "Stupro e botte a clochard a Firenze: arrestato domenicano." Ma porca pupazza! Se un predicatore domenicano picchia e stupra una mendicante, che faranno i francescani? Getteranno in pasto ai lupi i passerotti coi quali il santo parlava? Fortunatamente (ma non per la clochard) era stata aggredita da un dominicano in senso caraibico, di Santo Domingo. La polizia l’ha acciuffato, è in carcere da qualche ora. Passo, con un sospiro, alla notizia seguente: "Crisi: boom del seno nuovo a rate. Si paga anche in 5 anni." Altro salto: in che senso? Mi è scorsa davanti un’immagine da mostro di Firenze: seni consegnati a rate, a fette, modulabili, fino ad avvenuto pagamento del chirurgo, con un montaggio fai da te, seni Ikea. Terza notizia, terzo salto. Un "punkabestia pluripregiudicato", ripeto "punkabestia pluripregiudicato" ha tentato di violentare una trentanovenne anconetana sulla spiaggia di Falconara. La giovane donna è riuscita a fuggire. Il punkabestia pluripregiudicato non ha potuto inseguirla perché frenato dal suo traino, un carrello con quattro cani dentro. Finalmente una quarta notizia normale. "Stamattina Prodi ha rinnovato la tessera del PD. Franceschini dichiara: «Siamo felici»." Ragazzi, ho il magone.

Noi maschi, le ragazze degli anni Settanta

Noi maschi siamo come le ragazze degli anni Settanta. E quelle “brave ragazze” si comportano con noi, oggi, con quella sbrigativa e dominante aggressività dei maschi di una volta. Questo inconscio cambio della guardia, questo passaggio di consegne del potere, è lampante, ma non se n’è accorto quasi nessuno. A me diverte da matti, in particolare mi incanta l’equivoco, e cioè che pochi abbiano compreso questa rivoluzione profonda e meravigliosa in atto fra maschi e femmine.
Naturalmente sono facilitato dal mio mestiere, dall’uso e abuso della creatività e della sensibilità, qualità lunari, pallide e femminili, che, in uno scrittore, sono inevitabilmente esasperate e comportano dosi massicce di emotività, tipiche del sesso opposto di una volta. Vi siete mai chiesti come mai tanti gay sono artisti? Nel mio modesto caso, l’animus, il solare, il maschile, è dominante, un 60 a 40 direi, ma in quella femminile e lievemente minoritaria fetta della mia coscienza c’è la madre di tutti i libri che ho scritto. È il mio mestiere, quindi, a rendermi orgoglioso di una certa sensibilità femminile. Se guidassi un caterpillar in un cantiere, se fossi un colonnello del genio militare, un chirurgo o un fabbro, farei più fatica a riconoscere, senza vergognarmi, che la mia maschia specie è costellata, ormai, dai desideri, le timidezze, il bisogno di un nido, gli innamoramenti di stampo ottocentesco (quelli che facevano morire di “mal di petto” le sartine tradite) e che costituivano il Dna delle ragazze degli anni Sessanta e Settanta.
Quelle mie coetanee dei primi amori di allora, si comportano oggi né più né meno di come mi atteggiavo io (noi ragazzi diciotto-ventenni) nei loro confronti, a quel tempo. Non ci facevamo scrupoli nel passare dall’una all’altra, spesso avevamo tre o quattro fidanzatine insieme (ciascuna all’insaputa della rivale) e la liberalizzazione del sesso, l’amore libero della generazione No al Vietnam, non aveva affatto mutato il nostro antico Dna maschile, egocentrico e menzognero, gli aveva semplicemente concesso il semaforo verde, la patente di caccia. Ai tempi di mio padre, il sesso era lecito solo da sposati. Le “brave ragazze” dovevano arrivare al matrimonio vergini. Soprattutto quelle cosiddette di buona famiglia. Per le altre, di classe sociale meno abbiente, si chiudeva sfacciatamente un occhio alle eccezioni. Erano tempi in cui, oltre alla discriminazione sessuale, imperava anche quella sociale. Da allora, per fortuna, ma soprattutto per caparbietà femminile, la parità dei sessi (e delle classi) si è andata componendo, al punto che oggi è un ministero: quello delle Pari Opportunità.
Il femminile, inevitabilmente, si è armato (nel lavoro come nei sentimenti) di quella spavalda e un po’ guascona aggressività, di quell’irruenza tipica dei padri di una volta, la giusta pretesa di chi, dovendo mantenere una famiglia, punta i piedi fino a ottenere il lavoro e la paga che gli spetta. Le donne hanno osato qualcosa che mai avevano osato neppure sognare, e dagli inizi del Novecento ad oggi, la loro marcia nel mondo del lavoro è stata inarrestabile. C’è ancora molto da fare per il conseguimento di una parità assoluta. Ma così come un nero è diventato presidente degli Stati Uniti, credo che, fra non molto, il mondo comincerà a sospettare che Dio è donna.
Quel che nel frattempo è accaduto, invece, nei sentimenti, nei rapporti di coppia, nell’esercizio del “potere sessuale” fra maschile e femminile, è ancora coperto da una fitta coltre di nebbia. Ed è proprio questo medioevo della conoscenza che -come dicevo- mi diverte, mi affascina, anzi, mi appassiona.
Sono un orso spelacchiato, bisbetico e scostante, vivo rannicchiato in tana, a leggere e scrivere, ho un paio d’amici, un cane, insomma sono uno di quelli che prima o poi finiscono a parlar da soli per la strada. Ciascuno è quel che è, nel bene e nel male, un po’ per nascita e un bel po’ per come la vita l’ha marchiato. Ovviamente, al pari di tutti i solitari, sono facile agli innamoramenti esplosivi. Come tutte le bombe essi hanno effetti devastanti. In uno di questi miei dopo-Hiroshima, decisi che era d’uopo stemperare la sconsolatezza conoscendo persone nuove. «Tu ti fissi» mi accusai «quando il mondo, là fuori, pullula di possibili compagne. Alza il culo e piantala di pretendere che suonino al campanello della tua caverna!». Ubbidii al mio stesso ordine ed essendo un uomo molto fortunato (perché ricevo lettere di ascoltatori o lettori di tutte le età) scelsi quelle magnifiche sette che mi sembravano più congeniali e partii in macchina per il mio Paese, prima a Sud poi a Nord.
Non mi ero sbagliato. Erano tutte persone speciali, donne intelligenti, sensibili, ferite, caparbie e piene d’interessi. Eppure qualcosa mi ha sconsolato, ma non capivo cosa, che cosa m’impedisse, dopo una bella cena, di proseguire il cammino della conoscenza. Era qualcosa che mi aveva disorientato, un poco spaventato, un pochino anche annoiato. Ma cosa?
Sono trascorsi molti mesi, più di un anno, da quel viaggio sentimentale un po’ fuori di testa, e -non si sa perché- credo di averlo compreso stamattina. Chissà che avrò sognato?
Dal primo momento che ci eravamo seduti a tavola, ciascuna di queste sette donne, inesorabilmente, mi aveva raccontato per filo e per segno i suoi amori disgraziati. Erano incazzate con il maschile, probabilmente a ragione. Quasi non mangiavano né bevevano pur di mettermi a parte di Roberto, Ernesto, Filippo, Luigino, Riccardo. Io che ero partito per riempirmi la testa di donne me la trovavo ricolma di uomini. Ero uno sconosciuto. Tra l’altro, di solito, sono un chiacchierone. Era impossibile dire “A”, avevano tutte un disperato bisogno di sfogarsi delle loro disavventure sentimentali (e ciò è umano e comprensibile) ma davano per scontato che io fossi né più né meno quel che avevano immaginato (ossia proiettato su di me) leggendo le mie cose o ascoltando i miei programmi, eppure nessuna sapeva se gradisco il caffè con un cucchiaino di zucchero o amaro, che tutto sommato è il primo gradino della conoscenza. Direi che non gliene fottesse granché.
Dio mio quanto devono essersi annoiate, le donne di tutti i tempi, quando noi gli parlavamo per ore di macchine e cavalli, di calcio e di lavoro, di beghe di potere, di smanie di denari! Mai come in quelle sette cene l’ho capito. E mai ero stato così taciturno, così femminilmente accogliente, neppure a casa mia, che ogni tanto con Sara, la mia pastora tedesca, ci si lancia lunghi sguardi discorsivi fra specie amiche.
Per sette volte, giunti alla noce o all’amaro, sopraggiungeva quindi un silenzio, quel muto imbarazzo che coglie chi ha mangiato troppo (io) e chi ha parlato senza lasciare l’altro aprir bocca. A quel punto, da perfetta ragazza degli anni Settanta, io cominciavo a dire: «Be’ si è fatto un po’ tardi…Ho mal di testa…» e le riaccompagnavo a casa senza salire “a prendermi una cosa”. E mi dispiaceva, tuttavia, perché ci restavano assai male; suonava come un rifiuto, una fuga. Solo allora, un poco mortificate, erano colte da un dubbio: «Scusa, ho parlato troppo, è il mio difetto!» E rispuntava l’antica femminilità, quella mai sopita, mentre a tavola era spuntata loro la nostra maschilità, quella del “cummenda” a cena con la suffragetta. La cosa ridicola è che io ho cinquant’anni. E che loro erano trenta-quarantenni intelligenti e piacevoli.
Naturalmente, se c’è una colpa, è mia. Oggi lo so, ma ieri non lo capivo, e avevo solo una sfrenata voglia di restarmene un po’ da solo. A me piace ascoltare, e molto. Inoltre mi raccontavano vite interessanti e storie sentimentali appassionate, per quanto devastate. Ma avevo la netta sensazione non solo che le avrebbero clonate pari pari con me, ma che non mi “vedessero” proprio, così come noi, da sempre, non abbiamo visto che una cosa, delle donne. Una giusta punizione, non credete?
Le donne, oggi, hanno lo stesso atteggiamento che avevamo noi nei loro riguardi. Ci colgono come un fiore da un mazzo, e contemporaneamente, se a loro aggrada, possono coglierne un altro e un altro ancora, ed essere appassionate se non innamorate con tutti noi, e darsi e prendere, e mentire o meno, senza colpa e senza problemi. Tranne uno. Improvvisamente manca loro il “maschio”. Allora si fanno agnellini, e alternano incessantemente i due poli, quello aggressivo antico –maschile- e quello femminile antico –la preda, la vittima-. Quando il maschio, o meglio, l’antica corteccia del maschio (che non si è evoluta un granché in confronto alla vertiginosa evoluzione della loro) si accorge di questo (e già accorgersene è un segno di trasformazione, poiché molti maschi non l’ammettono neppure) l’uomo si terrorizza a morte. Nel pozzo profondo della propria insicurezza, aggredita dal femminile mascolinizzato, l’uomo moderno coltiva la speranza romantica delle ragazze degli anni Settanta. Davvero vuole solo me? Ama solo me? Sicuri che non mi tradisca? Lo farebbe un figlio con me? Non mi lascerà mai? E via dicendo.
Grattate via l’arroganza, la supponenza, il lato smargiasso del sesso maschile e vi ritroverete dinnanzi una giovinetta dell’Ottocento. A me questa cosa fa molto ridere perché non la capisce quasi nessuno, mentre è così evidente!
Gli angeli del focolare oggi siamo noi.

Diego Cugia
(Roma, 5 Marzo 2009)

 
 

Le 5 cose che mi fanno diffidare di un uomo

             Tre sono le cose che mi fanno diffidare di un uomo, tanto da stargli alla larga: la mancanza assoluta di autoironia e autocritica; il fatto che racconti barzellette sui campi di concentramento; l’accusare gli altri delle proprie colpe, se inconsapevole, peggio. Poi ce n’è una quarta, generale, che mi fa diffidare dello strumento principe con cui i politici di oggi credono di giustificare tutto: i sondaggi. Affidare la democrazia ai sondaggi è l’inizio della tirannide. Altrimenti, se nel ventennio ci fossero stati Pagnoncelli e la Demoskopea, nelle adunate di piazza Venezia la democrazia avrebbe fatto bingo.
Nella sola giornata di ieri ho letto che Berlusconi ha dichiarato che la nostra televisione è indegna di un paese civile (infatti è sua). Ha raccontato una barzelletta sugli ebrei nei lager (la “battuta” sui campi di concentramento è riportata sul Corriere di oggi). Ha dichiarato di non essersi mai considerato basso né di aver mai sofferto di problemi al riguardo. (Il Corriere si è guardato bene dall’intervistare il calzolaio che gli scolpisce quei tacchi da piramide di Cheope). Infine si è molto risentito delle polemiche all’interno della sua coalizione, non in quanto tali, ma perché gli hanno fatto perdere “cinque o sei punti”.
Dimenticavo la quinta cosa che non sopporto in un uomo e mi induce una diffidenza assoluta: sentirlo parlar male di Berlusconi, perché non se ne può più neanche di questo. Ma oggi sono stato attento. Ho cercato di limitarmi allo stretto necessario.

Per i lettori di Jack Folla su l’Unità: prima e seconda parte

PRIMA PARTE. Vi ringrazio di avermi scritto centinaia di mail perché oggi su l’Unità non avete trovato inspiegabilmente la pagina di Jack. So che anche il giornale ha ricevuto telefonate preoccupate. Mi hanno informato in questo momento che la pagina di "Fuoco e Fiamme" si è bruciata! No, scherzo, pare ci sia stato un inconveniente tecnico dovuto al nuovo sistema tipografico adottato da L’Unità che, da fine Ottobre, indosserà un vestito nuovo. Per quanto riguarda Jack, tornerà in edicola martedì-giovedì-sabato prossimi. Dalla settimana successiva, come era stato stabilito dall’inizio, l’appuntamento sarà bisettimanale, il martedì e il sabato, e il diario di Jack sarà più breve per adeguarsi al nuovo formato tabloid. Grazie a tutti, anche da parte di Jack, consapevolmente commosso di avere ancora tanti amici in tutta Italia. Un forte abbraccio.

SECONDA PARTE: Vi ri-ringrazio, di avermi ri-scritto altre centinaia di ri-mail perché anche sabato non avete ri-ritrovato  la pagina di Jack. Mi è stato detto che per ri-problemi tecnici non si poteva ancora stampare la cartina geografica nel miniformato. Naturalmente ho risposto chissene della cartina, tanto ormai dove sta Jack (in mezzo al mare) lo sanno tutti, non solo i pesci. Ma Jack Folla che esce senza la cartina sembrava l’Unità che esce senza minigonna, allora non ho insistito. E dato che ancora il pezzo non l’avevo scritto, ne ho approfittato per lavorare a Slotman, il nuovo romanzo che uscirà in aprile (Pubblicità plin-plin). Ma vi avverto sin d’ora che: potrei uscire martedì e sabato in minigonna però essere fermato dalla polizia. Potrei uscire martedì e sabato in abito lungo e pagina doppia, una davanti una di dietro. Potrei uscire martedì-giovedì-sabato con l’articolo sopra il ginocchio. Potrei anche non uscire per niente o magari esce solo la cartina e io esco pazzo, oppure esco con Marianna la roscia, che non vedo più dalle elementari ma mi piaceva un casino e mi è rimasta qui, anche se oggi avrà dei figli grossi come alberi. D’altronde io pure sono grosso come un Tir e ho due camioncini. Forse è per questo che non entro nel garage de l’Unità, ogni tanto. Martedì ci riprovo. E se la manovra riesce, pure giovedì e sabato. Chi leggerà, vedrà. H.S.

Olio e petrolio

Ciao a tutti, nei 400 post che costellano l’ultimo mio intervento ho visto serpeggiare, qui e là, una giusta critica perché vi ho lasciati soli sul blog. Ho cercato di spiegare che non ho le mani della dea kalì, e sto scrivendo due libri e tre pezzi settimanali su l’Unità, ma chissenefrega come avrebbe detto Cuore, ho anche aggiunto che basta un euro di giornale per sapere quel che penso e scrivo, ma una selva di critiche mi ha definitivamente persuaso che a noi di sinistra (passatemi la metafora) non ci va mai bene niente e vogliamo un litro d’olio senza neanche spremere un’oliva. Fermiamoci qui per carità. Appena mi sarà possibile tornerò a scrivere nel blog, ossia a fare l’olio, la domanda che mi sono posto è se nell’attesa avessi dovuto chiuderlo, o meglio, se avreste preferito che lo chiudessi. Mi sembra di aver capito di no, visto che una parte di voi continua a scrivere su queste pagine che, con me o non con me, sono pagine senza padrone. Dall’Alitalia, a clienti e prostitute in galera, dai cicloni apocalittici che si stanno abbattendo sulla terra, ai poveri orsi polari alla deriva senza più ghiacci sotto i piedi, gli argomenti non si contano. Ma se preferite utilizzare questo spazio come una chat, è un vostro diritto. Naturalmente spero nella prima ipotesi, anche perché avete dimostrato di esserne all’altezza, chi con poesia chi con pragmatismo.
Dallo stretto di Gibilterra, davanti all’oceano che oggi è incazzato, un abbraccio a tutti i rospi atlantici. Di-Jack

DAZIBAO 2

Posto nuovamente il grande schermo bianco del nostro DAZIBAO e ne approfitto per ringraziarvi, scusandomi se, talvolta, potrà succedere che pubblicherò i vostri scritti con qualche ora di ritardo. Ciao a tutti. Diego

Per un amico mancato

E’ scomparso Gianfranco Funari, la prima pietra sulla quale è stata edificata la cattedrale della televisione che stupisce, che lascia “a bocca aperta”, sia per la spontaneità irriverente del conduttore e mattatore, sia per l’utilizzo a briglia sciolta della gente comune, nel ruolo di protagonista dello show.
Con Gianfranco ho lavorato a un programma, Apocalypse Show, dal quale mi sono ritirato perché erano insorti troppi contrasti e quella che mi era sembrata una sincera amicizia nata improvvisamente, altrettanto improvvisamente è finita.
Sarebbe ipocrita, da parte mia, e adesso, unirmi agli elogi che si riservano, in occasioni tanto tristi, a personaggi che, pur avendo fabbricato la Tv di oggi, sono stati emarginati per anni.  Era stato proprio questo il motivo che mi aveva spinto a conoscere Funari: il suo “esilio” dalla televisione. Poi ci siamo bruscamente divisi. Io scelsi il silenzio. Non volevo polemiche, ero umanamente dispiaciuto, tutto qui. A maggior ragione lo sono oggi di fronte alla sua scomparsa. Ciao Gianfranco, grande amico mancato.

DAZIBAO (o se preferite) TATZEBAO

Il dazibao, giornale murale cinese, scritto in italiano nei modi più assurdi (non il muro, la parola) è il vostro spazio bianco che lascio qui sotto. Non prendetela per pigrizia, amici miei, ma sto facendo a pugni col mio nuovo romanzo, che mi cambia titolo continuamente sotto gli occhi (e personaggi, eventi, strade e città) ma che adesso sembrerebbe finalmente delinearsi: "Le attrazioni morbose" e che conto di finire entro settembre. Naturalmente scriverò ancora in questo periodo sul blog, ma nel frattempo ci tenevo a farvi sapere che non sono "desaparecido". Vi leggo sempre con attenzione e interesse, a volte leggo anche post memorabili, poetici, intensi; in altre occasioni vi mordete il sedere a vicenda, cosa però che alla mia fedele compagna Sara diverte moltissimo e abbaia scodinzolante allo schermo del Pc. Un fraterno abbraccio e buone vacanze per chi può permettersele. Diego

E allora schedateci tutti

La “trovata” di prendere le impronte digitali ai bambini Rom è una maligna furbata politica, intollerabile e imperdonabile. Il ministro degli interni Maroni, manipolando il panico popolare della piccola criminalità, ha soffiato a pieni polmoni sul fuoco del razzismo, un vulcano in attività permanente nei meandri della bestialità umana. Siamo governati da piccoli uomini, ubriacati dal consenso, che in “buona fede” (è questo il sintomo della loro mediocrità) neanche si accorgono che prendere le impronte digitali ai bambini è l’anticamera di Goebbels, senza se e senza ma. E allora schedateci tutti, a partire dai figli di Maroni, di Bossi, di Berlusconi, e giù giù per li rami, finché non sia completata la schedatura del genoma italico. Solo dopo si potrà procedere, rossi di vergogna, a prelevare le impronte digitali di padri e bambini Rom, alcuni dei quali ladri (noi, oltre a eserciti di borseggiatori e rapinatori abbiamo gli evasori fiscali, i più ladri del mondo). Ricordando, però, che i piccoli zingari sono figli di un popolo che non ha mai storto un capello all’umanità, mai fatto una guerra.

Sì, schedateci tutti, voglio firmare anch’io, con le mie impronte digitali, questo umiliante periodo storico italiano, altrimenti potremmo illuderci che stavamo dormendo. Non è così. Al contrario, sono purtroppo quasi matematicamente certo, che se il tribuno premier arringasse televisivamente gli italiani per domandare loro, con un referendum, se sia giusto o meno prendere le impronte digitali ai bambini degli altri, la maggioranza risponderebbe “Sì” come un sol’uomo. E allora? Forse a Pilato non si rispose “Barabba! Barabba!”? L’audience di allora ha giustificato la crocefissione del Cristo? No Maroni, questa non è democrazia partecipativa, è una parola più semplice: infamia. Lei ha suonato l’ “ouverture” di un antico concerto, che conduce invariabilmente a contrassegnare con una stella gialla gli ebrei di oggi, i rom, e domani chiunque non la pensa come il Capo. Quando ho visto levarsi le fiamme dai campi Rom è stato inevitabile ricordare la notte dei cristalli. Anche allora la maggioranza dei tedeschi rideva plaudente al linciaggio del debole e del diverso. Dopo milioni di morti, la Storia ha poi riso del nazismo. Prima di promulgare questa legge, venga il premier in televisione a reti unificate, a spiegare parola per parola che cosa dovrà dire un Rom a suo figlio, quando dovrà apporre le sue piccole dita inchiostrate in una questura italiana. “Perché mi fanno questo?” La Storia è imprevedibile, signori ministri. Un giorno ai vostri bambini potrebbe accadere lo stesso. E non avreste giustificazione alcuna, perché quel vulcano l’avete riattizzato voi. Ma prima, fateci apporre a tutti la firma digitale contro la vostra legge di merda. Prima, però, schedateci tutti.

Il grande gelo

Nel canale di Sicilia, 56 miglia a sud di Malta, le gabbie dove i tonni vengono allevati per essere uccisi, sono servite da ciambella di salvataggio per ventotto profughi somali naufragati nella loro corsa all’oro. Altri sei, fra i quali dei bambini, sarebbero annegati. Ma anche il forziere Europa fa acqua. Persino il profeta dell’accoglienza, Zapatero, (la Spagna ha oltre due milioni di extracomunitari) si è dovuto inventare un superbonus in cambio della rinuncia eterna al permesso di residenza e di lavoro. Soldi in bocca per chi se ne torna a casa. Ma visto che, come diceva il profeta Geremia, “sia maledetto l’uomo che confidi nell’uomo”, anche Zapatero non si fida: il primo assegno, pari al 40% del superbonus, sarà firmato alla partenza dell’immigrato  dalla Spagna e il 60% alla consegna del pacco umano in patria. Un esodo a rovescio che riguarderà, spera Zapatero, almeno un milione di lavoratori, la metà degli extracomunitari spagnoli. La crisi dell’edilizia sta decimando i posti di lavoro, e Zapatero gioca d’anticipo dando per scontata un’altra profezia: una crisi economica mondiale. Una spirale perversa ingenerata dall’aumento del prezzo del petrolio, a sua volta alimentato dal crollo del dollaro (la valuta con cui si tratta il greggio sui mercati finanziari) che a sua volta fa impennare i costi, quindi i prezzi al consumo, delle derrate alimentari, come il riso o il pane, i cui prezzi inarrivabili per chi guadagna un dollaro al giorno stanno già producendo conseguenze bibliche in più di cento paesi, riassumibili in una parola sola e terribile: carestia. Il summit sull’alimentazione della Fao si è concluso con una promessa da marinai: la fame nel mondo? La risolveremo nel 2050. Milioni di famiglie in bilico sul baratro della povertà si stanno legittimamente chiedendo se avranno la forza di attendere quarantadue anni prima di poter fare, con qualche disinvoltura, la spesa al supermercato. La crisi energetica mondiale c’è, è indubbio, ma tutti fanno orecchie da mercante alla sua perversa gemella, la crisi etica. Al vertice Fao il cuore marcio dell’uomo del terzo millennio era esposto al pubblico ludibrio e ci sarebbe voluto un nuovo Goya per raffigurarne i deformi personaggi in cui quel cuore nero batte moneta. Ogni leader tirava quel che resta della coperta sui piedi del proprio paese, rischiando il grande freddo mondiale.

Un piccolo esempio di mala etica all’italiana? La scoperta che in tutta Roma solo 2100 case di lusso pagheranno l’Ici. Quelle accatastate A1. E gli attici di via Veneto? I loggiati al Pantheon? Le migliaia e migliaia di appartamenti sfarzosi del centro storico e di tutte le zone di pregio della capitale? Al massimo sono accatastati A2, definiti “di tipo signorile”, non sono case da ricchi ma “tarocche”, tipo le borse Fendi o le patacche dei Rolex. Intorno alla scalinata di Trinità dei Monti, e in tutta Piazza Navona? Due sole case A1, il resto fuffa, polvere di stelle, anche se gli inquilini si chiamano Rocco Barocco o Pippo Baudo. Se fossi in loro denuncerei il Comune per lesa maestà. Ma per chi li hanno presi le casse comunali, per baraccati? Dovrebbero offendersi di pagare “tipo signorile”. O sei signore o no, non si scappa, con tutti gli accatastamenti che ne conseguono.

Quel che un poco ci consola, è che se il Terzo Mondo è nel panico, anche i ricchi d’oltreoceano cominciano ad avere fifa. In Gran Bretagna, per esempio,  sempre più "Sir" si rivolgono al vecchio Monte dei Pegni. Sì, anche i redditi dei professionisti fanno acqua. Non proprio una tonnara, ma un po’ di sangue comincia a vedersi. In pieno centro di Londra, si legge sul 24 Ore, i prestiti elargiti dalla casa Milton’s riguardano pegni poco trattati sino a ieri: diamanti, orologi da migliaia di euro, persino un Aston Martin in cambio, pare, di 30mila sterline cash. Il tutto mentre, negli Stati Uniti un modello di Jaguar che in Italia costa ancora, di listino 120 mila euro, in una concessionaria di Los Angeles dove si servono le star di Hollywood, lo puoi acquistare, chiavi in mano, esattamente alla metà. Segnali globali che i conti non tornano, né quelli energetici né quelli etici. Qualche giorno fa, un altro guru degli investimenti di Wall Street, già processato e condannato, invece di presentarsi all’appuntamento con la giustizia carceraria avrebbe finto di suicidarsi per sparire nel nulla con una cifra spropositata di dollari che gli erano stati affidati da migliaia di piccoli risparmiatori. Che fine faranno, adesso, queste famiglie della piccola e media borghesia? La distanza fra queste e le famiglie dei ventotto profughi somali aggrappati alle reti dei tonni a largo di Malta si sta paurosamente assottigliando. La fame avanza e ha uno stomaco da squalo, inghiotte corpi e lavatrici, muratori cingalesi, forni a microonde, yuppies londinesi, casalinghe del Cairo e di Bologna, e persino l’Aston Martin di James Bond. E tutti gli 007 guardiani del mondo dimostrano di avere solo la licenza di uccidere e l’incapacità di offrirci la licenza di sopravvivere.

Giovedì 12 Giugno

Come si può lanciare per aria un bambino di tre anni e rimbalzarselo gli uni con gli altri per farne un bersaglio vivente, urlante, da abbattere a fucilate? A Sant’Anna di Stazzema, i primi di agosto del 1944, a un battaglione SS capitanato dal maggiore Walter Reder e guidato da fascisti collaborazionisti a caccia di partigiani, il “tiro al bambino” parve un passatempo di guerra, un Luna Park umano, un gioco elettrizzante, come impalare le donne, o sterminare in sole tre ore, nelle stalle e nelle cucine, 560 civili inermi, mamme, nonni, bambini. Di quella Fiera del Male, quell’Esposizione Mondiale di orrori che fu l’ultima guerra, Sant’Anna di Stazzema non fu che un periferico stand. Anche noi italiani ci distinguemmo in veste di belve, per esempio in Grecia. Esponemmo i nostri orrori in fiera. Le SS, prima di essere un corpo militare prediletto dal Führer, sono una categoria dello spirito, una divisione militarizzata ed efficiente della metà della nostra coscienza, la mezzaluna buia dell’animo umano. Tra i doveri del servizio pubblico, quello della memoria è il primo. Ieri sera, a “La storia siamo noi”, la lunga ombra degli orrori di Sant’Anna di Stazzema era scandalosamente attuale. Perché tre ore prima (il tempo esatto che impiegarono le SS a compiere quella strage degli innocenti) era andato in onda il telegiornale. Da almeno due notizie esalavano gli stessi miasmi di Sant’Anna, il fumo acre dei corpi bruciati, gli orrori sfavillanti di cui siamo capaci senza neanche la scusa di trovarci in guerra. La nuova strage di morti bianche a Catania, con sei operai uccisi. La clinica Santa Rita, a Milano, dove era prassi asportare un rene o un polmone a chi si era ricoverato per un’operazione assai meno remunerativa, per i primari e la clinica, definita da uno degli anestesisti “una macelleria”. Senza le intercettazioni della magistratura (così come senza i documenti storici sul Luna Park del male del 1944) non sapremmo niente della banalità della ferocia. Lo “slang” utilizzato da quei chirurghi delle SS di Milano nelle loro chiacchierate telefoniche è purtroppo assai simile a quello dei tedeschi e dei fascisti che lanciavano un bimbo per aria per farne tiro al piccione. Oggi, in Italia, la vita altrui è altrettanto indifferente, l’importante è lucrare, tutto il resto è noia come cantava Califano. Anche la sicurezza sul lavoro costa, mentre la vita di un operaio non vale nulla, al massimo il prezzo di una dichiarazione. “Ora basta”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica. Ma in Italia è in corso una straordinaria precipitazione della cattiveria, e un semplice basta, per quanto autorevole e solenne, non basta affatto. Se la ferocia è prassi quotidiana, la corruzione il costume di un popolo, le stragi sul lavoro immancabili sul giornale come il trafiletto degli oroscopi, ogni stupore è ipocrita, inconcludente, banale quanto il male. Credo che l’Italia sia in guerra, né più né meno del 1944, ma nessuno lo sa. Non ne siamo venuti a conoscenza. Conduciamo esistenze da falene a rovescio. Corriamo incontro all’ombra, non alla luce. Ci stiamo bruciando le ali a un sole nero. Tutto ci conduce e seduce verso la zona buia dell’anima: la politica, l’informazione, la vita di ogni giorno. Sul bene abbiamo imposto il coprifuoco. Le cose sacre della vita hanno perso la guerra. Ma finché non avremo profonda coscienza di questo, nessun alleato ci potrà salvare e nessun dopoguerra ci farà rinascere. Abbiamo venduto l’amore per trenta denari. Per questo siamo assediati dalla morte.

Sabato 24 Maggio

Dovetti scegliere tra morte e stupidità.
(Sopravvissi).

Gesualdo Bufalino

 È imbarazzante scoprire quanto una dolente sciocchezza accadutaci in tenera età possa aver deviato le nostre scelte che chiamiamo destino. Stamattina, dall’imprevedibile scatola magica che è la memoria, un ricordo è schizzato in piedi con lo sberleffo di un clown a molla. Una sera d’agosto del 1960, a Sassari, restammo a dormire con mia madre a casa di una lontana zia, progenitrice a sua volta di svariati cuginetti. Pur di toglierci di torno e spedirci a letto, mia madre istituì un premio notturno. Quando sarebbe giunta l’ora di coricarsi anche per gli adulti, si sarebbe accaparrato un regalo “il bambino più bambino di tutti”.

Nella scala anagrafica io ero il penultimo, sette anni, e sebbene avessi più chance di mia sorella di undici e mezzo o di una cugina di dodici, sulla carta ero già battuto da Gian Luigi detto Giangi che ne contava cinque, ed era un bimbo specializzato nell’imitazione di Topo Gigio, infatti ripeteva incessantemente, con squittii da topo e roteando gli occhi, “Cosa mi dici mai?”. Mia madre puntualizzò che per essere premiati “più bambino di tutti” l’età non contava, altrimenti non ci sarebbe stata partita, ma si sarebbe dimostrata vincente la nostra postura notturna. A suo insindacabile parere il “bambino dei bambini” era colui che dorme con le braccia levate in segno di resa sul cuscino, a pugni chiusi, e non chi giace su un fianco o a pancia in giù, come i grandi.

Mentre tutti dormivano, io ero sveglio. Tenni testa agli assalti del sonno, per ore. Dal salotto filtrava una lama di luce eterna, un chiacchiericcio confuso di genitori e zii, faceva un caldo africano e Topo Gigio dormiva nella posizione vincente. Anch’io, e non cedevo di un millimetro. Era una postura scomodissima, le braccia mi formicolavano, per non cedere al sonno mi conficcavo le unghie nelle palme serrate delle mani, ma non c’erano santi, il bambino di mia madre dovevo essere io, cascasse il mondo. Finalmente in salone le luci si spensero e con gli occhi strizzati intravidi la sagoma di mamma che si chinava con la zia sui lettini di quella improvvisata camerata. Io giacevo in postura impeccabile, gli occhi chiusi, i pugnetti sul guanciale, la statua di un dio bambino dormiente. Ma mia madre disse: “Tu è inutile che fai finta, eccolo qui il dolcissimo bambino dei bambini, è Giangi.” E gli scoccò un bacio sulla fronte. Ricordo che mi sentii sommerso da un’ondata di vergogna e ridicolo, tradito da mia madre e denunziato al mondo come impostore. Che aveva fatto quella caricatura di Topo Gigio per meritarsi la targa di bambino D.O.C.? Nulla, dormito e basta, mentre io avevo piantonato per ore, come una rigida sentinella, le frontiere dell’infanzia. Avevo retto ad orde di gnomi ed elfi che pretendevano di abbassarmi le ciglia come serrande di negozi chiusi per ferie, avevo tenuto testa alle sirene tentatrici che mi spingevano come un tappeto rotolante nella mia postura abituale, rovesciato su un fianco. Potevo ritenermi davvero vittima di un’ingiustizia? No, neppure questo sollievo, perché avevo mentito. Fatto sta che la coscienza infantile, in casi come questo, ripara il danno come può. Alle volte esagerandone drasticamente le conseguenze, con drammaturgia implacabile. Di colpo il mio teatrino interiore si fece deserto. L’ultima scena non era forse mia madre teneramente ricurva sul letto di un altro? Ne trassi una fatale conseguenza: ero orfano, mia madre era morta, e in qualche modo l’avevo uccisa io.

È trascorso quasi mezzo secolo, e stamattina mi risveglio con questo ricordo che mi strizza come se avessi indosso il pigiama di allora. Si sa che i ricordi vanno via come patatine e la memoria te ne fa subito sgranocchiare un altro. Avevo vent’anni e per mantenermi da solo facevo lavori umilianti per uno nato nei quartieri alti. Ma ero ebbro di eternità perché scrivevo poesie e un giorno, chissà, sarei diventato come Dylan Thomas o Borges, i miei preferiti, e anche Jack London, guarda caso, aveva fatto lo scaricatore di porto e il cercatore d’oro prima di maneggiare la penna, così mi addormentavo con quella postura immortale con la quale immaginavo si coricassero i poeti,  le braccia distese lungo i fianchi, da giovani tronchi dai nervi fragili e le radici strappate che fluiscono solenni nei fiumi notturni. Inoltre amavo una ragazza bionda, ma le parlavo come San Francesco con i lupi, più che amore era un mito incarnato, dovevo esorcizzarne la feroce maternità perché tutte le donne che amiamo hanno qualcosa di tua madre, soprattutto per coloro i quali hanno commesso matricidio come fantastica rappresaglia contro un’infanzia che si suppone tradita. Insomma, le urtavo i nervi, e che l’amassi alla follia lo sapevo solo io e quel bambino notturno di Sassari la cui madre ne aveva baciato un altro, inoltre le mettevo paura dicendole che se un giorno avessimo avuto un figlio io me lo sarei mangiato, perché dicevo queste cose bislacche che a me risuonavano di sublime ironia essendomi dovuto amaramente rimangiare il bambino che ero, ma agli altri giustamente echeggiavano come litanie di pazzo incosciente, tantevvero che un brutto giorno la mia adorata bionda non ne volle più sapere di me, ed io ebbi un comportamento autistico per tredici anni esatti, che perfino le maledizioni di solito non travalicano i sette, mentre io per tredici anni passai e ripassai sotto al suo portone chiuso, almeno sei volte al giorno, che in totale fanno 28.470 passaggi, il più bestiale e funereo dei record.

Per un’altra di quelle delibere o scorciatoie della coscienza, che quando il teatro interiore degli affetti si vuota lo compensa d’incanto con un pieno improvvisato, sia pure da una fatale idiozia, giurai a me stesso la seguente sciocchezza: “Amor mio, hai voluto cancellare il mio nome dalla tua memoria del cuore? Un giorno aprirai il giornale e lo leggerai a caratteri cubitali!”. Credo di essere diventato giornalista e poi autore di programmi esclusivamente per questo, e di averle escogitate tutte perché un giorno lei leggesse il mio nome sul giornale, con la stessa tenacia con cui una notte resistetti al sonno per essere premiato più bambino di tutti da mia madre, senza pensare che lei, la bionda, avrebbe certo potuto leggere il mio nome, ma altrettanto certamente avrebbe poi girato la pagina in silenzio o con un semplice “Ah!” a suo marito che magari di nome fa Giangi, non per questo venire a cercarmi dagli Appennini alle Ande, così come a mia madre quella notte sembrò giusto darmi una lezione, e mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente che quello sarebbe stato il primo “Ah!” di una tragedia ridicola, che mi avrebbe fatto passare come un corteo funebre 28.470 volte sotto casa di una bionda, che a sua volta mi avrebbe fatto scrivere 28.470 articoli o copioni di programmi, costretto a sottopormi a 28.470 ore di psicanalisi, il tutto per un bacino dato non a me ma a Topo Gigio. E questa è la vita, bella o brutta che sia, dite la vostra che ho detto la mia.