UN UOMO NORMALE
All’inizio pensò di non aver sentito bene. Era uscito di casa, al solito, molto presto di mattina, e come sempre aveva incrociato il portiere che lavava le scale.
«Buongiorno Giorgio. Tutto bene?»
«Slatopec» borbottò il portiere ricurvo sul gradino e inzuppò lo strofinaccio nel secchio.
“Slatopec? Ma no, avrà detto ‘Salve’” si confermò Eugenio e con quattro falcate raggiunse il baretto all’angolo. Al suo «Buongiorno» la cassiera rispose con uno svogliato «Slatopec» che lo lasciò di sasso. Pagò un cappuccino con brioche, dal bancone chiamò la sua solita ordinazione. Il barista gli porse la brioche, poi aggiunse: «Stratos o burgos?» Rimase in attesa davanti alla sfavillante macchina Faema, attendendo che Eugenio specificasse -suppose- come meglio preferiva il cappuccino.
Stratos o burgos? Ma che intendeva dire?
«Senza schiuma no?» gli ricordò.
Il barista annuì e in trenta secondi gli servì il suo cappuccino. Eugenio, sovrappensiero, stava portandosi la tazza alle labbra quando la signora del piano di sopra, la Giannini, ordinò «Deltos burgos laccos.» Poi si volse, lo riconobbe, esclamò sorridendo: «Slatopec!» E con un’arietta confidenziale, a fil di voce, gli si accostò, chiese: «Uberendel rest orkies 129?»
Eugenio, un italiano sulla quarantina impiegato al ministero degli Interni, in genere tanto educato da sembrare di un’altra epoca, quasi affettato, si lasciò sfuggire un volgare «Ma come cazzo parlate stamattina?» a voce alta e con una specie di ghigno, come a intendere “Guardate che mica sono scemo, l’ho capito che mi state facendo uno scherzo”. Ma la signora Giannini si ritrasse spaventata, e la cassiera e il barista lo squadrarono con evidente imbarazzo. «Wosh?» gli chiesero. Poi si misero a ridere perché avevano parlato all’unisono.
«Boh, fate un po’ come vi pare» concluse Eugenio. Ingollò il cappuccino con un gesto secco e deciso, rovesciando la testa all’indietro, in modo così brusco che si macchiò la cravatta, afferrò la maniglia della porta vetrina, uscì di corsa; non abbastanza, però, da evitare un paio di «Slatopec!» alle sue spalle.
Al parcheggio pubblico, montato sulla sua Grande Punto, ci mise un bel po’ a infilare la chiave poiché la mano sinistra gli tremava. «Calmo» si disse. «Dunque: ragiona. Cos’è successo in fondo? Non ti ricordi quando, da un giorno all’altro, si passò dalla lira all’euro? Avranno fatto lo stesso con la lingua. E tu, testardo, che non guardi più la televisione, non sei stato avvertito. Cosa vuoi che sia? Sarà una specie di esperanto. Inoltre loro ti capiscono perfettamente. Sei tu che non capisci loro. Quindi il problema è tuo.» Mise in moto, un poco rassicurato dalla sua radicale autocritica, abbassò il finestrino e fece una mattata. «Slatopec!» salutò sorridendo il garagista calvo che, seduto su una seggiola, stava leggendo il giornale. Quegli alzò distrattamente la testa lucida dalla prima pagina, e rispose: «Salve!»
“Ho capito bene? Ha detto salve!” Tutto era tornato normale, esultò Eugenio in cuor suo, ingranò la prima, ma inchiodò all’inizio della rampa. Con la coda dell’occhio aveva intravisto la testata del quotidiano del garagista. Era del tutto simile a quella de “Il Messaggero”, ma con gli stessi caratteri c’era scritto: “Ulakia Trunc”.
«Scusi Arturo, che cosa sta leggendo?»
Arturo il garagista alzò le spalle e gli mostrò il quotidiano come la cosa più ovvia del mondo. «Ulakia trunc» rispose.
«Grazie, arrivederci».
«Slatopeeec!» cantilenò il garagista tornando a leggere.
«Non aveva detto ‘Salve’ aveva detto Slatopec. Sei tu che avevi capito male» si criticò ancora Eugenio. Adesso non vedeva l’ora di raggiungere il ministero per scoprire se anche in ufficio avessero cambiato lingua. Ma ebbe un malore. Un attaccio di tachicardia violentissimo che l’indusse a rivolgersi al pronto soccorso.
L’ospedale, adesso, si chiamava “Wardocus”, per fortuna una freccia intermittente con una croce rossa sovrastante gli indicò la strada giusta. Parcheggiò davanti alla porta a vetri piantonata da due barellieri e si precipitò all’interno, inseguito da uno dei due omoni che protestava perché la Grande Punto ingombrava il passaggio delle ambulanze. Ma il barelliere gridava: «Budenbus, budenbus!» e lui non era tenuto a capirlo.
Si aggrappò al camice di un chirurgo, quasi piangendo: «Sto malissimo, non capisco cosa dite. La prego, lei parla italiano?»
Il chirurgo trasse un sospiro di sollievo: «Il si-gno-r Eu-g-e-nio Ful-gen-zi?» chiese con sforzo linguistico e di memoria notevoli.
L’impiegato annuì fra lacrime di pianto e gioia.
«Fi-nal-men-te. Lei e-ra l’ul-ti-mo.»
«L’ultimo di che?» fece l’impiegato atterrito, perché a un ordine del chirurgo, pronunciato speditamente nella lingua misteriosa, era stato circondato da medici e infermiere che lo sospinsero a spintoni in sala operatoria.
In meno di tre quarti d’ora, con un’elaborata ma non troppo invasiva operazione al cervello, anche Eugenio fu ridotto alla normalità. Uscì umile e prono, ringraziando il personale medico e salutando le suore con grandi inchini. «Slatopec! Slatopec!» a tutti.
Il barelliere di prima, vedendolo arrivare, sgusciò dalla Grande Punto dove si era stravaccato ascoltando la radio.
Il programma era il famosissimo “Biribi’ penk 5 tubs” dove trasmettevano la hit parade delle canzonette più in voga. Al primo posto risultò “Cetopals” di un certo Uri Bilx.
Nel traffico caotico della capitale, ancora frastornato da quel burrascoso inizio di giornata, Eugenio tentò disperatamente di darsi un tono:
«Cetopals, cetopals/ in bix bustocals…» canticchiò al semaforo come tutti gli automobilisti dai finestrini aperti sulla primavera.
In realtà non capiva mezza parola ma finalmente non era più diverso dagli altri.
(Roma, 24 Novembre 2009)
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3 Risposte to “UN UOMO NORMALE”
By Amelie on nov 24, 2009
Forse c’entra poco con il tuo post
ma visto che non mi piace scrivere
wow!oppure ..Bello..
buon Scark ggcdhòp est
a tutti.
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La Parola ”è stata suicidata”.
Ci sono cose che non hanno risposte:in italia è ovvio,per esempio lo scempio degli articoli,in questi giorni si sta assistendo al suicidio di massa,dai media,sul caso (umano)che nessuno nomina mai,e confondendo lui lei-loro-ancora non è chiaro neanche questo giornalisti famosi e non-si arrovellano nel tentativo di dare un immagine di questa PERSONA LO VOGLIAMO DIRE?Brenda.che si è trovata in un ”gioco” più grande di lei-uso il LEI PERCHE è L’UNICO ARTICOLO CHE COMPRENDE IL MASCHILE E IL FEMMINILE per gentilezza e cortesia,in quanto persona,E COSI non faccio torto a nessuno,il collegamento va subito ai salotti della politica,o letti,precisiamo,qui fra tutti da Putin a Berlusconi,e tutta la sfilza di persone per bene, esempi per gli italiani,no?si riduce a un giaciglio,o talamo,alcova.Una volta l’amore aveva connotati di speranze,di SFIDA,SI VOLEVA DIRLO A TUTTI,ora ha preso la piega del segreto,della vergogna di essere quello che si è,nel bene e nel male,se male poi si può chiamare amore,questo è un caso di prostituzione,ma ci sono persone che lo vivono come quotidianità,MILIONI DI PERSONE SCELGONO STRADE DIFFICILI…….. Quasi vivendo nell’accusa giornaliera,tutti guardano tutti sentenziano. Tutti normali. all’apparenza.Per esempio lo stalking è maschile. La donna è femminile. Il mare è maschile ma con contenuti pure femminili,carla bruni ha detto che gli facciamo schifo noi Italiani,a me fanno schifo le sue (canzoni?). embè?il cavalluccio marino partorisce, il maschio. Un cane salva una famiglia da un incendio,abbaiando. E una madre ammazza il figlio per una crisi depressiva, dove sono i normali? cominciamo con chiamare le cose con il proprio nome. Per esempio.
Morire è l’incontrario di Vivere.
Ammazzare è l’incontrario di Suicidare.
By pezzi.divetro on nov 26, 2009
C’era una volta un paese con una grande storia,
ma dove la gente aveva assai poca memoria:
si scordava in poco tempo di tutto il suo passato,
e rifaceva errori uguali a ciò che era stato.
Quel paese aveva un re che in tracotanza e presunzione
superava di gran lunga ogn’immaginazione:
era un paese, non un regno! Eppure, con premura,
questo re parlava sempre della propria investitura.
Che lui fosse sovrano non era affatto vero,
eppure – a furia di dirlo – la gente lo prese sul serio.
Tutti, abbagliati dai soldi, da cittadini divennero servi,
e mettevano alla gogna chiunque tentasse di opporvi.
C’era chi se ne fregava, chi gridava “libertà”
e chi, comprato dal re, seguiva la sua volontà:
usando mezzi sporchi, inganni e parole amare,
isolava coloro che il re non riusciva a comprare.
Ma c’era ancora chi pensava con la propria testa:
libero e pensatore non si adeguava alla minestra.
Un giorno il re passò camminando per la città,
con arroganza come fosse tutta di sua proprietà:
e dietro a lui i suoi servi che portavan la bandiera,
e ammiravano e lodavano tutta quella sicumèra.
La cosa buffa era che loro stavano piegati
proprio come si fa in chiesa ad espiare i peccati;
era un segno, dicevan loro, di riconoscenza
a quel re, alle ricchezze ed alla sua magnificenza.
Solo uno, non si piegava, in mezzo a tutti i pecoroni:
stava lì quasi per caso, chiedendo spiegazioni;
“ma perché state prostrati? In fondo è uno come noi,
è la morale, non i soldi a distinguere gli eroi!”
Ma quelli, irragionevoli, se la presero a male,
odiando quell’uomo eretto che niente aveva di regale;
considerandolo un oltraggio al re e alla corona,
lo presero da parte e gli spezzarono la schiena.
Ora il suo corpo formava un preciso angolo retto,
anche lui, prostrato e servo proprio come s’era detto.
E in quel paese pieno di servi e di contorti,
anch’egli ormai era stato omologato a tutti gli altri…
By Alkmenes on nov 28, 2009
Da piccolo, in una vecchia TV in bianco e nero, vidi un episodio di una serie (“Ai confini della realta’”, si chiamava) che riportava un episodio molto simile.
Un uomo che al mattino si svegliava e NON CAPIVA NULLA… il PRANZO era un colore, mentre la mattina si faceva “dinosauro” con sedia (caffe’) e ruota (ciambelle), in una tiepida provincia americana.
All’inizio non capii molto di quell’episodio, vuoi per gioventu’, vuoi perche’ ancora non mi ero sporcato l’anima con le umane macchie degli errori.
Ma piano piano, andando avanti, capii…
Siamo vittime delle CONVENZIONI, nelle quali suicidiamo (questo si) le nostre CONVINZIONI, e alla fine, come l’uomo di Diego (forzatamente) o l’uomo del telefilm (per disperazione) ci adeguiamo.
Grande, come sempre.