Per diventare Invisibili bisogna tirarsi fuori dalle “sabbie immobili”
Se c’è qualcosa che mi sorprende sempre degli italiani è la loro incapacità a rimanere da soli con se stessi, almeno per un poco ogni giorno. Credo che da questo discendano alcune malefatte della nostra Storia. Perché così si finisce a fare gruppo a piazza Venezia, con l’essere soggiogati da un leader mediatico, o per ripetere come pappagalli la stessa canzonetta, farsi grasse risate con barzellette di pessimo gusto, e comprarsi tutti le stesse identiche marche firmate. L’incapacità di starsene serenamente da soli con se stessi, di riflettere sui propri errori tentando di correggersi, di leggere un buon classico, facendosi amici eterni come Kafka o Socrate, va di pari passo con un altro vizio da noi estremamente popolare: l’incapacità di tacere. Solitudine e silenzio sono lo spauracchio degli italiani, stare soli e senza dire nulla, non dico tutto il giorno ma almeno una mezzoretta, ci sembra più minaccioso di un leone dello zoo con la porta della gabbia spalancata. Siamo azzannati dall’ansia, come se fossimo serial killer ma cattolici, divorati cioè dai sensi di colpa per i crimini commessi. Naturalmente non ce ne rendiamo conto. Come potremmo? Facciamo chiasso. Rumoreggiamo, gridiamo nei cellulari come ossessi, nei ristoranti sembriamo armati di altoparlanti, non conversiamo civilmente, teniamo comizi. In piena globalizzazione ci distinguiamo per insignificanza. È proprio di oggi la notizia che la Lega ritiene la bandiera italiana insufficiente per rappresentarci e pretende il ritorno all’Italia dei Comuni, ciascuno con la sua bandierina regionale. Propongo, come per le targhe personalizzate, di fare un ulteriore passo indietro: per ogni italiano una bandiera nazionale e una poltroncina firmata, all’ONU.
Anche nelle coppie (non dico quelle “scoppiate”, persino negli amori appena nati) proviamo panico a stare soli insieme. Il due è ancora poco, urge l’uscita a quattro. Di guardarsi in faccia semplicemente, senza dire nulla, e senza fare un bel niente, perché l’amore è una vacanza, non ne vogliamo sapere. Ci sembra da “sfigati”. E questa è un’altra delle cose che continuano a stupirmi: la gente trascorre più tempo al telefono spettegolando con il gruppo di parenti e conoscenti sulla sua ultima conquista, che con la conquista medesima. Si direbbe che amiamo per poterlo raccontare in giro; che compriamo qualcosa per dare la notizia che anche noi la possediamo; che non facciamo in tempo a vivere perché lo sprechiamo nel convincere il prossimo che siamo vivi. Ma lo siamo?
Dalle grida, le gomitate, i colpi di clacson e le “movide” in cui siamo maestri mondiali, si direbbe di sì. Come mai, allora, i nostri giornali sono pieni di notizie che ci scivolano addosso? Che cos’è che non torna nella nostra storia? Più la tecnologia avanza alla velocità della luce, più abbiamo la noiosa sensazione di rimanere immobili. L’altra sera, imbambolato ultracinquantenne davanti alla tele, improvvisamente mi sono rivolto una domanda arcaica:
“Chi è Pippo Baudo e precisamente che cosa vuole da me?”. I miei comprarono il televisore quando avevo nove anni, e lui e Mike Bongiorno erano lì. Ne sono trascorsi 47, e sono ancora lì. Naturalmente nutro un poco d’invidia, sia per la tenuta fisica che professionale di quei due, ma la mia vita è ormai indissolubilmente legata ai loro faccioni, mentre mi avrebbe fatto bene, anche per alternare, contemplare di tanto in tanto personaggi di potere nuovi. In politica è lo stesso. Il ghigno di Cicchitto mi mette spavento sin da quando ero piccolo, per non parlare del nostro bravo presidente della Repubblica che mi ricordo dai tempi in cui, comunista, mangiava i bambini.
Può la new entry Serracchiani lenire il mio dolore di uomo di sinistra?
E visto che parliamo d’infanzia, ricordo che nei romanzi di Salgari, di cui andavo ghiotto come delle caramelle Rossana, non mi spaventavano i kriss malesi o la dea Kalì e la sua setta, i sanguinari Thugs. Quel che mi terrorizzava sul serio erano le sabbie mobili. Per anni, negli incubi, sono stato perseguitato dalla visione di sprofondare nelle sabbie mobili, glu-glu-glu. In realtà, da italiano, avrei dovuto impensierirmi per ben altra trappola: le sabbie immobili. Che sono l’apice dell’avventurismo e, nel contempo, la fine di ogni avventura di vita che valga la pena di essere vissuta.
Credo che il nostro Paese abbia bisogno di un periodo di fecondo silenzio e di una casta solitudine. Per carità, non intendo in senso erotico, mi riferisco, a una inevitabile traversata del deserto che noi, invece, rimandiamo da sempre.. Noi siamo quelli che, storicamente, lanciamo il sasso e ritiriamo la mano. Siamo furbi, furbissimi, ma come lo sono gli adolescenti: la furbizia dell’ingenuità, quella che crede sempre di farla franca. I tedeschi hanno gli anticorpi del nazismo, loro il deserto l’hanno attraversato, noi nisba. A piazza Venezia eravamo tutti fascisti, nel giorno della Liberazione tutti americani, così come oggi berlusconiani e l’altroieri eravamo democristiani. “La maggioranza sta”, come cantava Fabrizio. Le sabbie immobili, appunto. Personalmente questa “furbizia” mi fa male in tutto il corpo. Il mio Dna grida “Non ce la faccio più!”.
Una delle poche cose che abbiamo fatto negli ultimi 200 anni, per esempio, è stato il Risorgimento. Sarà stato un bene, un male, non lo so, ma l’abbiamo fatto, e adesso, un secolo e mezzo dopo, non vediamo l’ora di rimangiarcelo. Mentre un giovane afroamericano diventa presidente degli Stati Uniti noi rimpiangiamo Franceschiello. Propongo al Papa di riassumere Mastro Titta, (che “Roma ladrona” sarebbe, senza un boia?) e alle guardie svizzere di invadere da capo le Marche e riaffermare i confini dello Stato Pontificio. Perché nella proposta della Lega c’è una svista: si sono dimenticati la bandierina vaticana.
Credo che dobbiamo imparare a stare da soli insieme. Lo dico dai tempi di Jack Folla. Recentemente sul blog degli “Invisibili” qualcuno mi ha accusato di ripetere sempre le stesse cose e quindi, per questa ragione, diffidava di me. Lo capisco. Anch’io mi annoio nel ripetermi. Ma come posso diffidare delle stesse cose in cui credo? In un Paese di sabbie immobili e di sepolcri imbiancati, finché non si risolve il problema e si riesce ad attraversare il guado, non puoi che ribadire gli stessi concetti. A nessuno piace essere isolato perché non la pensa come la maggioranza. Ma se c’è un dovere che nobilita la miseria delle nostre esistenze è quello, credo, di rimanere fedeli a stessi, non per cocciutaggine ma per amore della verità. Una verità che è sempre in dubbio, quindi in movimento, ma che non può essere taciuta per vigliaccheria o per la pagnotta.
Quest’anno abbiamo fondato un piccolissimo movimento. Si chiama Gli Invisibili e fa appello alla “resistenza culturale”. Il suo sito è http://www.movimentodegliinvisibili.it e sarei lieto che lo visitaste, felice se ci scriveste su, raggiante se chiedeste la tessera, tassandovi di 25 euro per un anno, grazie ai quali potremo riunirci pubblicamente e svolgere la nostra attività. Ci siamo stretti intorno a dei valori fondanti, come intorno a un falò nel deserto. Sono espressi nella “Carta degli Invisibili” che troverete sull’home page, letta dalla voce di un personaggio che spero prima o poi possa tornare in onda: Jack Folla. Ma questo non è il movimento di Jack, non ha nulla di letterario o di virtuale, giuridicamente ne sono il presidente provvisorio, ma Gli Invisibili riconoscono un solo leader, il Noi. Suona retorico, lo so, ma in una politica autoreferenziale ed egocentrica come quella italiana, manovrata da un leader ultravisibile e corrazzato di televisioni pubbliche e private, l’umile invisibilità e la forza di un piccolo “Noi” c’è sembrato il modo più semplice e autentico di iniziare un cammino, intrapreso forse più per i nostri figli e le generazioni che verranno, che per il nostro tornaconto personale. Dobbiamo imparare ad essere generosi, anche a schiaffi, che è la terza cosa che noi italiani non sappiamo darci quando ci vogliono, così come il saper stare bene da soli e il saper accogliere, con partecipe silenzio, le parole dell’altro.
Nessuno ha ben chiaro che cosa debba fare questo Movimento, quali iniziative possa intraprendere, e serpeggia già il malcontento perché a molti sembra, e solo in parte è vero, che non stia accadendo un bel nulla. In realtà, in un pugno di mesi, abbiamo fabbricato un vascello, che era la parte più noiosa e difficile. Adesso si tratta di salire a bordo e di salpare. Certo, se stasera potessimo assistere a “Gli Invisibili” in Tv, domani ci sarebbe la ressa per i biglietti, e si potrebbero fare un mucchio di soldi con i cappellini con la “I” sulla visiera, le magliette con la scritta “Che ti guardi? Sono un Invisibile!”, e altre trovatine da guitti dei nostri tempi. Io stesso non ho la benché minima idea di cosa fare ma ne sono lieto. So sempre tutto, brutto arrogante che non son altro, e per una volta non ne ho idea. Era ora!
A Roma, sabato 19 Settembre (dalle ore 10) e domenica 20, all’Hotel Clodio, proprio dietro la “visibile” Rai di via Teulada, Gli Invisibili, già iscritti e no, si riuniranno in vista del primo congresso che si terrà, sempre a Roma, il mese dopo. Sappiamo che cosa ci diremo? No. C’è uno straccio di ordine del giorno? No. Tu, almeno, presidente dei miei stivali, fuochista di carrette dei mari, ci farai un discorso (possibilmente breve e divertente) illustrandoci le fantastiche sorti future del Movimento e i porti dei Mari del Sud nei quali attraccheremo? No, ma fammelo tu, e portami la tua carta nautica.
Non è mancanza di gentilezza, la mia, è il Noi che deve prevalere. Se non si è capaci di stare in silenzio con piacere e di guardarsi in faccia, senza la smania di promuovere fra mezzora un sit-in sotto Palazzo Chigi, anche questo vascello, come centinaia d’altri, si arenerà nelle sabbie immobili di questo Paese, dove tutto cambia pur di restare fermo. La prospettiva di non avere prospettive vi turba? A me induce l’effetto contrario, praticamente la stessa smania che m’infondevano le avventure di Salgari, e mi auguro che sia così per molti di noi. Nel mio mestiere so, per esperienza, che “scrivere di getto” è, quasi sempre, la scorciatoia che conduce a un vicolo cieco, cioè a un romanzo incompiuto. L’ispirazione è un buon vento ma non basta a navigare lungo 250 pagine, ci vuole tempo, silenzio, solitudine, capacità di farsi casa dentro per accogliere personaggi sconosciuti. Fa male come una solitaria traversata del deserto, dopo però le pagine si scrivono da sole. Dopo, non prima. Se nel nostro piccolo vogliamo dare una mano al nostro Paese per farlo uscire dalle sabbie immobili, questo movimento dobbiamo essere in grado di saperlo fare da soli con le poche forze che abbiamo. Nessuno lo scriverà sui giornali, la Tv l’ignorerà, saremo quattro gatti e proveremo anche un bel po’ d’imbarazzo. Tutto quello che dobbiamo fare è di portare noi stessi nella sala di un hotel. Per alcuni, lo so, sarà una fatica immane, e molti altri, viste le premesse, penseranno che non ne vale la pena. Mi guarderò bene dal convincerli. Invisibili è un approdo. Lo si diventa naturalmente dopo molto dolore e tanti viaggi solitari della mente. Ci si apre al prossimo nonostante le ferite che il prossimo ci ha inferto. Non è masochismo è vita. C’è una citazione che amo molto, di Holderlin: «Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che ti salva.»
Adesso appendo nel mio sito e sulle pagine di Facebook il cartello “Chiuso per ferie”. Mi faccio un giretto nel Peloponneso e torno. Voglio visitare un’isoletta semisconosciuta di cui ho parlato in un mio romanzo. Si chiama Antikythera e conta 44 abitanti, come la canzoncina sui gatti dello Zecchino d’oro. Ma il capitano della barca che mi attende a Cefalonia mi ha detto che non è certo che ce la faremo a raggiungerla, dipende dalle condizioni del mare. Da quelle parti tira un vento da fine del mondo. La mia protagonista si chiamava Speranza. Ma il libro s’intitolava “No”. Bisogna capovolgere gli elementi con la speranza e tante altre cose e far dire di “Sì” ai venti contrari. È quel che auguro a tutti voi, sperando di conoscervi a Roma, sabato 19 Settembre. Grazie ancora e buone vacanze!
5 Risposte to “Per diventare Invisibili bisogna tirarsi fuori dalle “sabbie immobili””
By Tiziana on ago 6, 2009
Grazie a te Diego, e che siano delle BUONE FERIE!!
By Charlie on ago 7, 2009
…sono un’invisibile per eccellenza…talmente invisibile che non mi rendo più conto se esisto o vivo…..o forse no, perchè sono immobile da secoli nella mia personalissima sabbia mobile….
…buone vacanze Diego…
By Francesco on ago 9, 2009
Niente, tutto qui.
A volte bisognerebbe scrivere quello che ti dicono, per poterlo leggere. (E’ quello che ho fatto, vedi più avanti)
A volte si ascolta distrattamente, a volte non si ascolta affatto, a volte non si ritiene possibile si possano raccontare certe cose…sicuramente abbiamo capito male.
Per questo motivo mi sono scritto quello che mi avevano appena detto dal TG5 http://www.video.mediaset.it/mplayer.html?sito=tg5&data=2009/08/08&id=38350&from=aggregatore_programmi_tg5_2008
nel telegiornale di prima serata, quello più seguito il giorno 08/08/2009 ore 20,00. Poi ho riletto il tutto scremato dall’enfasi, dalla dizione studiata perfettamente, dalle immagini della spiaggia, dei bagnanti, dei cellulari e sono rimasto con le parole.
E così, il mio “tamiso” mi ha lasciato solo il nulla che serve a non dire nulla a chi si accontenta di nulla in questa civiltà del nulla.
Tutto qui.
Premessa.
Risposta ad una domanda di un giornalista del TG3:
“Lei appartiene a una testata che ieri sera ha fatto quattro titoli di contrasto. Ne approfitto per dire che il servizio pubblico non dovrebbe attaccare né me, né il governo, né l’opposizione”
Berlusconi 07/08/2009
Tg5 08/08/2009 ore 20,00
Vogliamo parlare dei telefonini.
Si sa gli italiani hanno una grande passione per i telefonini, non se ne separano mai, nemmeno, appunto, magari al mare o nei luoghi più impensati e allora succedono un sacco di cose.
Sabbia, sole, acqua salata, tanti modi per distruggere il telefonino nuovo di zecca durante le vacanze, senza contare il rischio di perderlo tra un bagno e l’altro. Eppure nemmeno al mare gli italiani riescono a fare a meno del cellulare. Chi per i giochini, chi per la musica, chi magari banalmente per telefonare. Ce l’hanno tutti, chi ci tiene e chi no.
Interviste in spiaggia:
In barca il pericolo è vedere il telefonino iper-tecnologico finire in fondo al mare, per recuperarlo c’è chi fa proprio di tutto.
Intervista:
Insomma non sarà tanto comodo, ma il modo migliore per proteggere il cellulare è metterlo qui.
(Il giornalista autore del servizio lo ripone in un marsupio legato intorno alla vita)
Se proprio non ci tenete potete andare a Bellaria sulla riviera romagnola, lì organizzano addirittura gare di lancio del telefonino con tanto di giudici e premio finale.
Buone vacanze.
Francesco
By numb on ago 25, 2009
http://genova.repubblica.it/dettaglio/Carlo-Giuliani-la-Corte-EuropeaPlacanica-agi-per-legittima-difesa/1703586?ref=rephp
Vuoi vedere che anche in Corte Europea sono tutti fascisti?
By numb on ago 26, 2009
Dimenticavo!!
Nessuno che si indigna per il modo in cui la Chiesa e in particolare il quotidiano dei vescovi “Avvenire” sta ingerendo in questioni che riguardano lo Stato Italiano? Nemmeno una parolina su questi pretacci?
Com’è che c’è scritto nella Carta dei Valori del Movimento degli Invisibili? Ah, sì, c’è scritto “sono assolutamente contrari alle ingerenze della Chiesa Cattolica, o di qualunque altra forma di credo religioso, nell’esercizio di Governo e sono impegnati al ripristino del primato della laicità dello Stato.”
Suvvia, non ditemi che siete ancora in vacanza e non vi eravate accorti dell’odiosa arroganza con la quale i preti vogliono imporre allo Stato Italiano il loro modo di trattare il problema dell’immigrazione. Ma chi si credono di essere? Tanto più che a loro fa solo comodo che in Italia arrivino frotte di immigrati, così loro li ospitano nelle loro strutture in condizioni da fame e intanto intascano i finanziamenti dello Stato Italiano.
Io non li sopporto più. Spero davvero che la Lega vada fino in fondo e stracci i Patti Lateranensi. Oramai il Vaticano ha oltrepassato il limite.