Lunedì 19 Maggio
Andrea Camilleri ha raccontato di un suo antico vizio o vezzo nello scrivere di cui si è liberato grazie al computer. Mi ha incuriosito perché ho sofferto per anni della medesima ossessione compulsiva alla macchina da scrivere e la ritenevo un tale disadattato capriccio da persuadermi di poterne aver ecceduto solo io. Arrivato all’ultima riga di una pagina, se incappavo in un errore anche minimo di battitura, una doppia virgola, un asterisco battuto per sbaglio, un mare scritto con due erre, invece di cancellare col bianchetto o la gomma e ribattere, appallottolavo il foglio e ricominciavo da capo. La più lieve ombra di imperfezione mi pareva contaminasse ogni cosa col suo sbafo, insozzando ogni altro concetto espresso nella pagina. Alla fine tutta la mia concentrazione, più che allo scritto, era riversata sulla battitura e procedevo con un’andatura attonita fino al punto precedente, in cui con sollievo indicibile superavo la riga guasta, ma quasi sempre il calo di tensione m’induceva a un errore di battitura successivo, tanto da riappallottolare e ricominciare di nuovo.
Alle mie spalle, intanto, si compattava una disarmonica collina di palle d’inchiostro (quasi a compensare, più ideologicamente che ecologicamente, i metri quadri disboscati in Amazzonia dai miei errori) e più di una volta ho appiccato un fuoco involontario con una cicca a quelle miserevoli colline, rischiando di fare la fine di Giordano Bruno, il quale se avesse sofferto di una pari aberrazione amanuense, si sarebbe invece salvato dal rogo, e il 17 febbraio del 1600 non avrebbe avuto motivo d’indirizzare ai giudici la storica frase «Forse tremate più voi nel pronunziare questa sentenza che io nell’ascoltarla».
Non so se a Camilleri, salvato dal computer da questa malattia d’impeccabilità, sia poi incorso un altro beffardo malanno, che io chiamo “l’incipite”, ma riterrei di no, visti tutti gli innumerevoli Montalbani che ha scritto dalla A alla Zeta, e le infinite, minuziose e meravigliose opere che ha civilmente completato.
Quella dell’incipite è una febbre maldestra, un’agonia annunziata nel suo stesso irruente e velleitario conclamarsi storia o romanzo, mentre è un mero vagito con la tomba incorporata, un coitus interruptus, nel migliore dei casi un guizzo d’artista. Personalmente ho scritto 3267 incipit e non più di due o tre romanzi, l’incertezza sul terzo è determinata dalla forma, essendo un romanzo di dialoghi altrimenti classificabile come sceneggiatura. L’incipite fulminante è come la malaria, ti riafferra quando meno te l’aspetti, una stagione sembri guarito, completi un romanzo, magari un intero ciclo di copioni per la radio, una mezza dozzina di racconti, qualche poesia, poi interviene un contrattempo esistenziale, una tassa inevasa, una multa, un funerale o una dieta dimagrante, un impiccio o un intoppo o una semplice vacanza che ti tengono lontano dalla tua occupazione per un breve periodo, e quando ti rimetti al lavoro, quando tenti di scrivere, ti accorgi che il bacillo era rimasto lì, che sei uno scrittore malarico e non ci sta niente da fare, e come appallottolavi carta per colline da bruciare, ora produci incipit su incipit, finché arriverai a un tale stato di mortificazione e vergogna (nonché a una precaria condizione economica) che lo stesso bacillo dell’incipite, pur di non soccombere insieme a te, la sua vittima, t’implorerà di tradirlo e andare avanti, perché per poter godere nel guastare il proprio habitat si ha bisogno che non sia già marcio, altrimenti che gusto c’è.
Adesso perché stai scrivendo questa roba e a chi vuoi che importi? Lo faccio per distrarmi, altrimenti mi parte un incipit con la desolazione che ne consegue. Nelle ultime due settimane ne ho scritti ventisei. Uno era la storia di un re degli interessi da capogiro, uno di quei profeti della finanza che moltiplicano gli interessi dei risparmiatori con quegli arzigogoli da catena di sant’antonio finché qualcuno non rimane col cerino in mano. Un altro era l’incipit di una storia riguardante una famigliola italiana ex benestante costretta a trasferirsi a Bombay a servizio da un facoltoso indiano, il marito in veste di autista, la moglie di colf, i bambini derisi a scuola perché sono bianchi e insignificanti come grani di riso, e una notte al loro campo “Ita”, tale e quale a quelli “Rom” di noialtri, viene appiccato il fuoco. Un terzo incipit si è addormentato dopo la descrizione del protagonista: un bambino obeso che passa la vita davanti al televisore. A causa di un provvidenziale black-out si vede costretto ad aprire il primo libro della sua vita, a lume di candela. Una biografia di Corradino di Svevia. Ma come il bambino grasso ha attaccato a leggere, mordendo un enorme hot-dog, che colava senape sulla storia degli Svevi, ho smesso io di scrivere. Il venticinquesimo è stato l’incipit più entusiasmante. Si narrava di un italiano, un geometra, che rientra a casa dall’ufficio. Ma, sul pianerottolo, scopre un anziano signore, vestito in modo antiquato, che armeggia intorno alla serratura con un mazzo di chiavi. «E lei chi è? Al ladro! Al ladro! Stanno tentando di derubarmi!». Il signore si volge appena, in penombra, senza scomporsi. Dice: «Sono tuo nonno, cosa urli? Perché non mi hai avvertito di aver cambiato la serratura?». Niente di strano se non fosse che il nonno era morto nel secolo prima. Questo incipit di romanzo abortito che s’intitolava nientedimeno che “Resurrezione”, come Tolstoj, narrava di quando, da un giorno all’altro, in Italia si fossero risvegliati tutti i morti, di ogni epoca e classe sociale, non mummie cattive ma morti inconsapevoli, vestiti come si trovavano nel giorno delle esequie, i quali naturalmente avevano qualche straniamento trovandosi in un mondo cambiato, buffe macchine e grotteschi costumi, ma dato che i pazzi sono sempre gli altri ci davano dei morti a noi, e pretendevano che bisognasse restituire loro i soldi ereditati, i ruoli o impieghi che avevano prima, finché a noi vivi esasperati ci pungeva il dubbio che occorresse riammazzarli da capo, il ché è piuttosto sconveniente, sotto un profilo puramente democratico e civile diciamo, così all’inizio di pagina due mi sono interrotto sulla prima lezione di Napoleone all’Università nella quale, fra fischi e grida, pretendeva di insegnarci che a Waterloo avesse vinto lui.
E per concludere, quello interrotto poco fa, il ventiseiesimo incipit, talmente triste e bischero che mi si stringe il cuore a riassumerlo, bestia incompetente che sono, perché parla proprio di questo, di uno affetto da “incipite”, e lo trascrivo direttamente, così con questa scusa posso appallottolarlo con gli altri, che da quando ho il computer la pallottola si fa con un tasto così fulmineo che c’è scritto “Canc”, più che un imperativo una saetta. “Non capisco più dove finisca la mia malinconia e inizi quella del mio paese. Avrei il dovere di saperlo, visto che ho scelto questo mestiere, altrimenti dovrei trapanare strade per qualche fuga di gas o vendere tagliandi della lotteria, commerciare in pellame o accatastare surgelati, fabbricare qualcosa di utile come un cellulare ultrasensibile che scarti automaticamente le scocciature, insomma dovrei almeno saper guidare un’autoambulanza o se non altro, come certe vecchine del quartiere, spargere croccantini di pesce sui muretti ai gatti abbandonati. Invece sono un esperto di parole, che scrittore mi sembra eccessivo, traffico in parole ecco tutto, sono un demiurgo da tasca, un fantasista di compagnia, una di quelle zitelle che ci si porta appresso in gita perché sono cariche di aneddoti, antiche freddure e una qualche buffa e pelosa morale, ma da oltre un anno me ne sto zitto in un canto come una bestia impagliata per timore di contaminare col mio personale malessere i guai del paese, nella ridottissima misura dei connazionali che mi leggono si capisce, mentre dovrei diradarli i loro affanni, i tuoi, dico, perché di te e di me sto parlando, comprendendo e chiarendoli questi problemi con quella patina di affetto che, sia pure letteraria, da sempre lenisce il malessere nostro con le avventurose vicissitudini dei guai di un altro.
È un anno ormai che in me perdura la stessa stagione, un autunno di cui non si vede la fine, un autunno che di qualsiasi fatto o opinione mi rivesta ne sono spoglio all’istante, basta la ventata di un dubbio, così ogni mattina al risveglio mi dico: «Ecco, questa è l’ultima foglia che cade», invece ce n’è sempre un’altra e un’altra ancora, di cui non m’ero accorto perché stavano sul dorso del tronco o sui rami invisibili di quest’albero di cinquant’anni e passa, di questa mia spessa corteccia così facilmente violabile, solcata da migliaia e migliaia di gocce di resina o lacrime, e anche stamane mi sono svegliato augurandomi una depressione invernale, un rigore assoluto, addirittura la morte, o per il mio paese una guerra, un cataclisma o carestia, purché poi il ciclo finalmente riprenda, e da una città all’altra rimbalzi una speranza da dopoguerra, una fioritura primaverile, una gemma in ciascuno e una rinascita per tutti, non questo malinconico autunno senza neppure una ventata di spensieratezza, non queste foglie o problemi che non la smettono mai di cadere.
E tutte queste inutili parole le potevo riassumere in due: «Mi vergogno». Sì io mi vergogno per me, per te, per quello che siamo diventati. Mi vergogno della mia inettitudine e mi vergogno del nostro paese agli occhi del mondo. Mi vergogno delle sozzure di Napoli, dell’immondizia gridata davanti al golfo e della spazzatura interiore, taciuta, in ciascuno di noi. Della nostra camorra mentale. Mi vergogno di aver supplicato un lavoro a un potente e di aver scritto contro la mafia. Di leggere sul giornale che, con un branco di minorenni, ho violentato una coetanea, l’abbiamo arsa viva e gettata in una cisterna. Mi vergogno che abbiamo bruciato i campi Rom perché non mi sembra tanto diverso dalla notte dei cristalli.”
E qui, a “notte di cristalli”, mi sono prudentemente fermato. Anche se persino l’incipite si era arresa a qualche capoverso in più. Alle mie spalle, stavolta, non c’erano colline di cartacce ma il vuoto, e descriverlo non m’aiutava affatto, non serviva a nessuno, che io sia in un labirinto di sabbia o deserto senza essere un sociologo voglio dire, né Saint-Exupery col suo aereo guasto e il suo piccolo principe, e così ho cliccato su “nuovo documento”, ho pensato «Scrivi almeno qualcosa sul blog, gratuito per gratuito dai almeno un senso alla giornata, così quando stasera tuo figlio ti chiederà quell’imbarazzante “Che hai fatto, pà?” gli risponderai con la stessa frase che ripeti da mesi: “Niente, ho scritto un pezzo per il blog”. E lui dirà: “Ah.” E pure suo fratello dirà: “Ah.”». Poi ho aperto un secondo o terzo pacchetto di sigarette (anche di questi non ricordo mai se sono due o tre, come i romanzi non fulminati dall’incipite) e ho scritto la prima cosa che mi saltasse in mente: Andrea Camilleri ha raccontato di un suo antico vizio o vezzo nello scrivere di cui si è liberato grazie al computer…
Di una verità, una sola, posso essere certo, che la cura è proprio nella malaria dello scrittore, questa febbre gialla fatta di periodi spezzati, di memorie vagabondanti, di abbozzi di personaggi e storie, di ore che sembrano perse, di tutto questo grigio tumulto interiore, dell’apparente assurdo di reggere, come un clown senza circo né pubblico, né repertorio da esibire, la propria arte inconcludente. Quando sei accartocciato, inutile, arreso, come quelle palle di carta sbagliata che ti scaraventavi alle spalle per un mero errore ortografico, quando sei uomo da ardere, combustibile per la Storia, e quasi rincitrullito cammini rasente i muri, vergognandoti, allora può accadere che una storia ti noti, veda tutto quel bianco che hai dentro, quel deserto da occupare, e decida di insediarsi in questo ambiente così scombiccherato che le viene d’istinto o simpatia farci casa, poiché non ha altro padrone né altro “io” ingombrante con cui dividere gli spazi, ed è sufficiente il più squallido vasetto, un pugno di sabbia grigia, due dita d’acqua e un seme qualunque per farci nascere un fiore. Solo allora tu, in cambio, per pigione, avrai diritto a trascrivere quella storia, a trasmettere quelle emozioni sconosciute, a mettere nero su bianco quel fiore, e a farti pagare non per lei, la storia in sé, che non sarà mai tua ma di tutti, bensì per quella “terra da romanzo”, quella scavata per mesi o anni con le unghie, quel male che ti sembrava ingiusto e inconcludente, quella fossa che avevi scambiato per un sepolcro, con dentro tutti gli incipit abortiti, vivi e invisibili filamenti del Dna di una nuova creatura.
«Sei davvero sicuro che questo miracolo si ripeterà?»
«Assolutamente no. Altrimenti in cosa consisterebbe il miracolo?»
«Potrei essere condannato a scrivere incipit fino alla fine dei miei giorni?»
«Buffo, non trovi? E già sarebbe qualcosa. Chi ti assicura la fantasia occorrente per scrivere quattro righe scombinate, ogni giorno fino alla morte? Un bel lusso, non credi?»
«Quel che a te pare un lusso a me sembra una miseria.»
«Lo so, succede a tutti e ogni mestiere ne ha una. Si ha paura del domani e non si sa come andare avanti. L’errore è sottrarsi, sfuggirla, mentre con la paura ti ci devi sporcare, perché contiene in sé l’orrore e la gioia, e non puoi attingere all’una senza aver sperimentato fino in fondo l’altro. Amico, che altro di meglio ha la vita da offrirci se non questo delizioso mistero: che cosa ci riserverà domani?»
«Sono d’accordo, ma se scoprissi che quella terra scavata con le mie unghie era assolutamente arida?»
«Anche questa è un’ipotesi plausibilissima e non devi far altro che accoglierla con il dovere di essere curioso e quello di reggere il tuo romanzo fino all’ultima pagina. Perché anche questa è una storia: “Lo scrittore che non riusciva nemmeno a scrivere un incipit.” Già, e perché mai? Che diavolo aveva combinato per ingorgarsi sino a questo punto? Non è affascinante? È una storia ricca di spunti e trovate. Una di quelle in cui ciascuno può dire la sua. Chissà come andrebbe a finire.»
16 Risposte to “Lunedì 19 Maggio”
By roxana on mag 19, 2008
ecco questo e’ lo scrittore e l’essere umano che amo, denudato di retorica e privo di finale.
Un sorriso
By cinzia on mag 19, 2008
Ti mostrerà il tuo specchio svanir le tue bellezze,
la tua meridiana consumarsi i preziosi minuti,
i vuoti fogli recheranno l’impronta della tua mente,
e da questo libro assaggerai questo insegnamento:
le rughe e lo specchio ti mostrerà veracemente
ti ricorderanno tombe aperte come bocche;
dal trafugare dell’ombra sulla meridiana potrai capire
il furtivo avanzare del tempo verso l’eternità.
Ciò che la tua memoria non può contenere
affidalo a questi fogli bianchi, e vedrai i figli nati dal tuo cervello, una volta allevati,
far nuova conoscenza con la tua mente.
Questi riti, spesso compiuti con lo sguardo,
ti gioveranno, e arricchiranno molto il tuo libro.
W.Shakespeare Sonetti.
By Amelie on mag 19, 2008
Diego,
ti ringrazio del tuo scritto,perche mi da lo spunto per il mio,ho sempre invidiato chi sà scrivere con il cuore nella penna,faccio una fatica tremenda a scrivere non perche non abbia idee o pensieri,ma perche non so esprimerli nella carta.ho sempre invidiato più di tutto al mondo gli scrittori,e i pittori:i primi perche,a volte mi ritrovo tanto nei loro pensieri che mi sento presa per mano,e secondi perche credo nella bellezza.Nessuno mi potrà mai portare via,questo mistero della bellezza,che ho moltissimo coltivato.Con ricerche curiosità,
voglia di capire e di non capire.a volte guardo il vecchio(intendo magari un quadro antico) come se fosse il nuovo per me,e il nuovo con tanta angoscia.Sarà anche questa una via di fuga,ma molto positiva.Nonostante tutto quello che vedo e sento non riesco a essere negativa,Diego,non pensare alla depressione,o malattia (l’ho avuta )è tremenda ,tanti anni fa,a volte mi sembra di ricaderci,anche solo per un giorno,perche magari piove,o perche qualcuno a cui ho voglio bene,è in difficoltà,mi ritorna la malinconia,poi ritorna il sole,e non ho nulla.Purtroppo il mondo dei sensibili,è una lotta.Mi piace immaginarti che sei circondato da palline di carta,se il mondo avesse più carta,la gente potrebbe scrivere delle frasi d’amore,i bambini fare dei disegni,invece è un mondo malato.
Spero di riuscire a reggere il mio romanzo,interiore,e di leggerti sempre con immutato affetto,come quando sentivo Jack alla radio,(non la voce di Jack)
le parole di jack.
scusa se perdo sempre le lettere
quando scrivo
è anche perche scrivo
con un solo dito
la tastiera.
medoto autofai date
kiss
Amelie
By Albe on mag 19, 2008
Ad essere sinceri… mi sarebbe piaciuto continuare a leggere il seguito di ciascuno degli incipit. Come lo vedi un libro che parla di uno scrittore e dei suoi mille incipit? Va bene.Come non detto…ognuno il suo mestiere.Tu scrivi, io leggo.
Buona serata.
By Zee on mag 20, 2008
Tu sai
che non c’è una sedia sdraio che ti aspetta in paradiso.
Come sai che qui hai appuntamenti in piedi,che non si attardano a venire.
Porti parole in tasca oltreconfine, al di là del fil di ferro che delimita la zona muta.
E lì
Le bocche sono chiuse a tre mandate e le chiavi appese ad ogni nuova luna.
Spartisci sillabe a sfamare e in cambio, hai dita che disegnano sul fango per spiegare.
Sai di cosa è fatta la nebbia in cui ti muovi perchè l’odore che si sente, sa di anime bruciate.
Il tuo inchiostro può insegnare a tessere le trame che s’intrecciano agli orditi, o forgiare il filo delle lame che serviranno di sicuro, alla battaglia.
Tuttavia, cadi nella trappola del dubbio, senza ricompensa che ristora e da ogni penoso valico spuntano mani che non possono bastare a contenere il senno perduto o il futuro cancellato.Le braccia lungo i fianchi richiamano la morte. E non c’è altro tempo da regalare all’agonia.
Zee
By capricciola on mag 20, 2008
Questo è il tuo coraggio: muoverti nei confini del tuo Io con la tua rete da parole, pescare parole e liberarle dalla rete per poi ricomporle nell’ordine che meglio si attaglia al tuo anelito d’infinto.
Ogni singola cosa che fai, che pensi è per tutti una possibilità reale che nessuna forza gli permetterà mai di possedere e non c’è niente di più affascinante che un desiderio infinito..che un amore per sempre.
Sei tu il senso non cercarlo, dittelo, scrivilo.
…
By capricciola on mag 20, 2008
e dailà con gli errori..uff
By Vince on mag 20, 2008
..c’è chi ha bisogno di Diego Cugia
..c’è chi ha bisogno del ministero per le semplificazioni
By capricciola on mag 20, 2008
Io di tutti e due.
By selva on mag 20, 2008
Siete uno uno spettacolo. Ho letto te, Diego, e tutti a seguire. Beh…siete uno spettacolo, uno spettacolo che fa bene e mi consegna la voglia di non aggiungere nulla. Mi siete bastanti, perchè dovrei aggiungere? Tornerò a rileggervi, certo che sì. Grazie.
clelia
By Andrea e Paola on mag 20, 2008
Ecco perché è così difficile trovare dei refusi nei tuoi libri,

checchè ne dicano gli autori mediocri, se chi scrive non fa errori,
difficilmente li aggiunge il tipografo.
Meglio di te riesce a fare solo l’altro mio autore preferito, ma lui
ha dei proto (proti? protos?) ineguagliabili.
Un autore eccezionale comunque lo è anche nei refusi, l’unico tuo,
che ricordi, è in No, i proiettili trincianti a pagina 99, stupendi:
parabellum che cecchini formidabili usano per tagliare i reticolati,
oppure da caccia ai volatili, con trinciapollo incorporato?
Grazie
H.S.
Andrea
By Amelie on mag 21, 2008
A me di Diego
piace da morire questa frase:dovunque vi colpiranno,io ci sarò.Dovunque reagirete.io mi trasferirò.Non temete,potrete tranquillamente continuare a vivere sopra.Io vi aspetto sotto.
Sono uno sciacallo.
Ho moglie e figli.
Viva la guerra.
——————-
tratto da Jack l’uomo della folla
pagina 17
seguita dalla musica
dei
Simple Minds_Don’t yuo(forget about me)
——————————————
By trilly75 on mag 21, 2008
.
By famoHPsse on mag 22, 2008
Dai mitici anni sessanta verso i mitici sessant’anni.
a volte l’incipit è un po’ un remake.
http://famohpsse.splinder.com/post/15773287/Post+n%C2%B0+29+-+Il+Sorpasso
By sofya on mag 23, 2008
non desta sospetti
non mina pretese
ma l’animo dello scrittore è sbranato dalla brama di… concludere
tralasciando la paura della sospensione.
come in un incubo inciampiamo nell’ansia.
e non porta a niente
piu delle parole che non si scrivono
al di là di queste
c’è una altro mondo che non conosce parole
abbastanza da venire allo scoperto.
è tutto.
all’ombra di tutto
sotto la luce del sole di giugno.
senza sospetti e senza pretese.
ciao..
By rom on giu 1, 2008
le emozioni, i pensieri e i sentimenti restano muti mentre ringrazio gli uccellini che stanno cantando (e finalmente spaccando il mio blobbante silenzio) apparentemente fottendosene del cielo biancogrigio di sfondo ma in realtà mantenendo immutate le loro “postazioni”…sono ognuno sullo stesso ramo da almeno un’ora; non li vedo, ma li sento.
:-O
forse pure loro;o) ……..sono volati via all’unisono ma volteggiano e chiacchierano e mangiano e imboccano e chissà quant’altro. Le loro voci sono spesso intorno agli alberi che prima li ospitavano sorridenti e Accoglienti e poi si allontanano e si sentono appena mentre vanno verso le nuvole:
ti farebbe BBBBBBBBENE poterli ascoltare, loro ti sarebbero CERTO più utili delle parole che io so dirti.
però ci provo lo stesso a dirtele, perché NON posso sopportare l’idea che il tuo PENSIERO possa aver sfiorato quella di autoaugurarti di crepare; idea da te DignitosaMENTE e SaggiaMENTE “buttata lì” mezza nascosta, con un prontissimo eventuale “alibi” che, per “cavartela”, la trasformerebbe in pura FANTASIA, PROFUMO di ROMANZO.
ma il DOLORE anzi la SOFFERENZA (che è “femmina” e così puoi vendicare almeno un po’ l’istinto “matricida”;o) ) che provi non solo EsONDA dalle tue PAROLE, ma come in un’eruzione esplode e cerca varchi anche tra di loro… nelle pause, nei “ghigni” IRONICI e autoIRONICI dove parli di tutt’ALTRO!
e nei silenzi……..:
GRAZIE alla tua ARTE la tua anima, attraverso tutti i suoi riflessi ColorALATI (te gusta HERMANO? l’ho inventata per TE:o)) ossia le tue PAROLE, è in TUTTO quello che scrivi, e i tuoi pensieri insieme alla tua anima appunto, sono pietre PREZIOSISSIME incastonate nel tuo blog, e “lei” continua a trasudare LACRIME anche a computer spento, mentre faccio altro (e infatti faccio un fracco di cazzate e casini:o)), nei giorni in cui non scrivi niente in rete…
La tua SOFFERENZA urla mute grida d’aiuto insieme a quelle sonore di DOLORE.
mi sembra quasi di sentire il tuo pianto, la puzza di nicotina sulle tue dita malferme mentre Sara coi suoi grandi occhi ti guarda triste e forse un po’ rassegnata mentre PENSA : m’arendo…: non se rende conto de quanto è AMATO e persino NECESSARIO per tante TANTE creature a parte me, e non me riferisco ai figli e altre ovvietà, ma al resto: SOLO de me se FIDA e quindi se crede che l’amo SOLO io……..e già se SBAJA (e quasi quasi abbaio): ‘o dovrebbe scrive’ tutto maiuscolo er SENTIMENTO mio.