Il politico e il poeta
Questa mattina alle cinque, appena sveglio, sono stato miracolato.
No, non mi è apparso nessuno, né la Madonna del Divino Amore né la mappa del tesoro del pirata Black Bart, mi sono imbattuto in una poesia e ho pianto.
Non conoscevo questa poesia ungherese e di Imre Nagy, al quale la poesia è dedicata, avevo appena qualche nozione giornalistica. Due volte primo ministro, durante la rivoluzione ungherese, Nagy tentò di mediare con il Cremlino fra le imposizioni sovietiche e il desiderio di libertà del suo popolo. Anche se Mosca gli chiedeva mere parole di obbedienza, si rifiutò di pronunciarle e dichiarò la neutralità dell’Ungheria, ma le Nazioni Unite, invece di prenderne atto, lo lasciarono solo. Nagy, al quale sarebbe bastata un po’ di pubblica autocritica per salvarsi la vita e lo stipendio, scelse di schierarsi con i perdenti, i deboli, la sua gente.
Il 17 giugno del 1958, il ministro ungherese della giustizia diramò un comunicato in cui informava che Imre Nagy e altri collaboratori erano stati condannati a morte e giustiziati per “aver complottato contro la Repubblica Popolare”. Invitati a pronunciarsi sul verdetto, i capi di tutti i partiti comunisti del mondo (con la coraggiosa eccezione del polacco Gomulka) assentirono alla condanna a morte, compreso “il migliore”: Palmiro Togliatti.
Un fortunato rimpallo di libri e citazioni mi ha portato la benedizione di un poeta, all’alba (i poeti sono i santi delle parole).
Nella mia smisurata ignoranza non conoscevo George Faludy, questo luminoso e coraggioso poeta dalla vita parallela a quella del politico Nagy, al quale dedicò L’esecuzione.
Durante l’oppressione ungherese, i suoi versi furono proibiti.
Dopo aver subito un processo burla, Faludy fu internato nel gulag ungherese di Recks. Nel campo di concentramento, senza carta né penna, immaginò poesie che gli altri prigionieri politici impararono a memoria (spartendosele, due a testa) perché un giorno, in un mondo libero, noi potessimo alzarci, all’alba, ed essere benedetti da un raggio della loro potenza morale.
Nel 1953, Imre Nagy divenne primo ministro e, fra i suoi primi atti, abolì i gulag. Faludy, il poeta, tornò in libertà. Ma dopo la sconfitta della rivoluzione ungherese, dovette fuggire dal paese.
Questi versi li scrisse pochi giorni dopo l’assassinio politico di chi, un giorno, gli aveva restituito la libertà.
L’ESECUZIONE DI IMRE NAGY
(Traduzione di Stephen Vizinczey)
Fece il suo bilancio all’alba
passeggiando sotto la volta della sua cella,
tutto era in ordine
mancava solo il suo pince-nez.
Un altro minuto era trascorso. La sua coscienza era limpida,
e in meno di un’ora le sue gambe tozze
avrebbero raggiunto Lajos Kossuth, Rákóczi, Dózsa.
Che cosa lo rendeva così calmo?
Era apatia, coraggio, carattere?
O sapeva che lì a metà strada
Aveva risolto l’enigma del secolo?
E che cosa lo rendeva grande e bello?
La sua fede? Le sue intenzioni? La sua onestà?
La fine? La forza delle circostanze? Non lo so.
Maléter tossiva
nella cella accanto. Di colpo uno spiffero freddo
toccò la sua fronte. Doveva chiedere
carta e inchiostro? Per cosa?
Per cosa, pensò. Le carte volano via
come foglie nella tempesta,
e tra esse cammina sereno con passi misurati
un uomo tarchiato dai capelli grigi: l’atto.
La fine. Immaginò che sarebbe stato difficile
Ma d’ora in poi non avrebbe fatto differenza
-la porta si aprì: imprecando
i picchiatori balzarono su di lui con spranghe di ferro,
gli stritolarono le spalle
e gli ruppero le braccia
e poi gli posero una cinghia di cuoio
sotto il mento e gliela strinsero attorno alla testa
cosicché stando sotto la forca
non sarebbe riuscito a dire “Terra ungherese!”,
e lo spinsero a calci lungo il corridoio
e camminava malfermo, mezzo cieco,
senza il suo pince-nez, poi
si guardò intorno nel cortile
ma non riuscì a distinguere
il viso spaventato del boia, né Kádár,
che stava lì, accovacciato, ubriaco,
fiancheggiato da due ufficiali russi.
Poi ci fu solo la calce, soffice come il burro,
che si stese su di lui come toga drappeggiata.
Presto cominciò a filtrare,
prese la sua forma
lo cinse e lo pietrificò.
Dissolse la sua pelle, la sua carne, la sua faccia,
ma risparmiò a uno a uno i peli del riccio amichevole
dei suoi baffi, come la nazione.
Da allora i giorni sono magre
sarte dal petto incavato
e le notti sono puttane sudate,
eppure qualche volta quando sono nel dormiveglia
un bagliore di luce calda nei miei occhi
potrebbe essere un lampo che viene da lontano
o i giochi di luce di un riflettore
o i lampioni della strada
ma potrebbe essere il suo pince-nez.
(GEORGE FALUDY)
Sono stato miracolato stamattina, da questo grande consolatore ungherese e dalla sua storia estrema, la sua e quella parallela del politico che gli restituì la libertà in cambio di una poesia, ma senz’altro baratto che l’amore della verità, della propria terra e degli oppressi.
A Roma, stamane, batte la nebbia e ci si sentein trappola, ma non vediamo le sbarre e non mangiamo che piccoli tocchi di un formaggio avvelenato in dosi minime, sufficienti a farci sopravvivere in stato di avvelenamento permanente. Tutto grida, di fuori, presunta abbondanza, inettitudine politica, schiamazzo poco urgente. Certo, non è l’Ungheria del 1953. Né il gulag di Recks. Eppure, come allora, questa poesia ha bisogno di essere mandata a memoria; non chiedetemi perché, non lo so, so semplicemente che si deve farlo, se si possiede un briciolo d’intuizione e di coraggio.
In questi giorni si fa un uso spropositato della parola democrazia (nei dibattiti, nei talk televisivi, sui giornali) ma è una parola che sta perdendo precipitosamente di senso. Dove? Come? Non lo so, ma sarebbe lo stesso cospargere di citazioni trecento pagine. Si leverebbero intimorati soloni dagli occhi irridenti, a recitare il mantra dei pusillanimi: quello che non esiste democrazia più democrazia della nostra.
Ed è ciò che ci uccide, pian piano, come questa luce avorio chiaro su Roma, all’alba, del colore fasullo che ha il formaggio stagionato in un invisibile veleno.
16 Risposte to “Il politico e il poeta”
By Uno on gen 17, 2009
La democrazia è un atto di coraggio, oggi più che mai. Non si chiede a nessuno di essere eroi con bandiere svettanti ma nemmeno piegati verso terra ad occhi chiusi. Anche qui la nebbia offusca la mente, fotografie di trofei umani riempiono le pagine dei giornali ma ora tanti fanno finta di non aver mai saputo.
La poesia è un atto d’amore che ci ripaga da tanto veleno, invisibile ma diffuso tra noi.
Un saluto.
By ivy on gen 17, 2009
Grazie per questa preziosa goccia d’oro che hai versato nel pozzo infinito della mia sconfinata ignoranza…
By pippicalzelunghe3957 on gen 17, 2009
Carissimo Diego…io sottoscrivo le parole di Ivy…anche se per me, le tue parole sono gocce d’acqua da bere che nel mio deserto di paura, solitudine e malinconia, pur non dissetandomi l’anima la ristorano e alleviano almeno un po’ il mio sentirmi da Sola: mi sento Sola insieme a te, in una specie di vita parallela (anche se Disuguale) che ci accomuna: mi sento Sola ma Vicina a te. E a volte le lacrime sono quasi una benedizione per l’anima…oltre che un “auto-lavaggio”;o)
*
By pippicalzelunghe3957 on gen 17, 2009
per me era sottinteso…ma nel dubbio non lo fosse per chi legge, ci tengo a dire che la mia Ignoranza come minimo è sconfinata quanto quella di Ivy:o(
By rom on gen 17, 2009
anch’io come Nadin nell’altro post “ho perso le parole”, e quelle “d’emergenza” me le ha rubate Pippi. Salvo un abbraccio per Germano Costa che ho appena letto e gli invio col cuore.
ma…a sproposito:
MENTE…si può sapere come mai ce l’hai tanto col tuo pezzetto MAGNIFICO di Zombie del 23 marzo del 2006 inesor-ABIL-MENTE sfasciato da tempo immemorabile all’interno del “settore” “ascolta” in codesto sito?
Perché non lo fai aggiustare?
By Perladivongola on gen 17, 2009
mi fai sentire come un albero spoglio che offre i rami alle parole della poesia, ritrovando le sue foglie. Comincio a mangiare linfa e ritrovo la mia piccola resistenza…
volevo solo dirti che ci sono
By roxana on gen 17, 2009
oggi e’ il patrono degli animali
)
goccia d’oro o goccio d’ora?
By Amelie on gen 17, 2009
grazie Diego
per il post articolo,anche la poesia non conoscevo,mai sentito parlare delle persone citate,molto
interessante ,mi sono persa nella parola pusillanime,e tutti i suoi contrari,ne scrive pure Dante,l’aureo Dante,se solo si avesse più coraggio,non sarebbe tutto cosi vano e scontato,da conigli si sarebbe draghi.
Democrazia non so dove tu stia
Forse in sacrestia
O a spasso con la zia
O in periferia
Nel buio della stanza /in una circostanza.
Kiss a dopo
By Germano costa on gen 17, 2009
Un po’ oscuro, tra magico e pedagogico, ma indubbiamente incuriosisce…
la nebbia: indice cupo, rabbioso,silenzioso che allude a una domanda:Come mai in un tempo di feroci passioni politiche, di una crisi così feroce, di persone che stanno pensando al suicidio,perchè hanno perso il lavoro o lo perderanno, costui non ha alcuna traccia…la nebbia a Roma è indice di tristi presagi..E se fosse una potenza futura? Le ipotesi si accumulano e la Città comincia a difendersi da tutto; disseppellisce i morti e li brucia, si dà un calendario segreto ed enigmatico per disorientare gli attacchi dal passato e del futuro, si ricostituisce un finto stile antico, per. combattere la crisi,i problemi e forse per ri-tornare indietro a prima che i morti morissero, non so più che sto scrivendo, insomma in breve la mia demenza ,come la mia forma si sta allargando in questo mare che tra breve sarà invaso dauna moltitudine di disperati… il fatto è che poco o meglio,niente viene detto o scritto.
Buona domenica Diego,anzi, buona nebbia… speriamo che presto un luddista: calmo, pensoso,arrivi in questa vostra terra altrimenti la fine può dirsi segnata.
By alma on gen 18, 2009
“Eppure, come allora, questa poesia ha bisogno di essere mandata a memoria; non chiedetemi perché, non lo so, so semplicemente che si deve farlo, se si possiede un briciolo d’intuizione e di coraggio”
… per una lezione di moralità.
Moralità e democrazia due parole che stanno perdendo precipitosamente senso, soppiantate da Ingordigia e Potere.
possedere un senso morale oggi è considerato dai più, come dici tu, “appartenere alla categoria dei gonzi” e per questo dovrebbe essere studiata a memoria, per trasmettere a noi stessi e ai nostri figli il coraggio e la forza di conservare sempre ..una coscienza limpida.
Grazie Diego.
By roxana on gen 18, 2009
si vede che non siete abituati a convivere con la nebbia, le cose diventano meno nitide e piu’ disorientanti, o meglio spiazzanti.
By Riccardo Brero on gen 18, 2009
Sottoscivo e mi associo alle parole di Ivy sulla scofinata mia ignoranza.
Io non vengo dalla nebbia sono lunigianese,ma abitando ad Alessandria ho imparato a conviverci e a muovermici,forse ha ragione Roxana può essere utile nella Democrazia confusa in cui viviamo!
E poi anche la nebbia ha un suo fascino…..provate a camminare nella notte nebbiosa con la tua lei o il tuo lui.
E’ molto intimo.
Democracia,justicia y ley……ma dove!
By una on gen 19, 2009
Una poesia testimonianza che racconta la violenza brutale di un’esecuzione, con immagini di crudo realismo senza un’accusa, senza odio e tantomeno rancore; c’è solo la statura morale, la ricchezza di valori e sentimenti veri del Ministro condannato Imre Nagy, che non ha tradito sè stesso e si è mantenuto limpido e “innocente”, perchè era la cosa più naturale del mondo.
Il poeta e il politico, due persone che hanno voluto bene al lore Paese.
Da noi la nebbia opprime e confonde, forse, basterebbe niente per alzarla, ma mancano occhi per vedere, manca ossigeno, manca il respiro, è un lento esaurirsi dell’Uomo e della Storia. Le persone di qualità non trovano più posto ed io non posso fare a meno di chiedermi cosa accadrà.
Diego, dimmi, siamo ancora vivi?
By roxana on gen 19, 2009
uhm, sono tre giorni che ci penso su, e perdonami ma mi viene solo da dire embe’?
Oddio potrei secernere lusinghe od autoflagellararmi sulla mia sconfinata ignoranza o assaporare gocce di sapere come miele per l’intelletto, ma io non ce lo vedo proprio l’italiano panzerotto del 2009 compiere siffatti gesti d’audacia letale.
Nemmeno il benemerito Obama oserebbe tanto,
Figuriamoci poi il buon Vetrone o un qualsivoglia iscritto a facebook.
Si sa l’eroismo, la coerenza, duri e puri sino alla fine, immolarsi sull’ara – i capponi sull’aia – chi si commuove chi piange chi si strappa l’ultimo capello la dentiera o la pancera.
Troppo difficile per me.
Troppo caustica.
By Mimma on gen 19, 2009
Commovente la tua commozione,caro Diego,anima sensibile,rara,unica.
By consuelo on feb 11, 2009
Caro Jack Folla,
ti scrivo questa lettera aperta, molto aperta, dopo sei anni e mezzo. Quando ho scoperto Jack Folla ero piccola, stavo crescendo. Cresceva il mio corpo, la mia mente e il mio cuore. Crescevano i miei sogni e viaggiavano ogni giorno su un pullman che mi portava verso il sogno che coltivavo in quel periodo e che, tutto sommato, coltivo e alimento ancora oggi. Sognavo da sola ma la tua voce mi aiutava, soprattutto perchè la tua voce arrivava proprio attraverso il mio sogno. Viaggiava il mio corpo tra una città e l’altra ma viaggiava soprattutto la mia mente. Poi ha iniziato il mio cuore. Sul forum della rai, quando internet e i forum, non erano così abituali come lo sono oggi avevo lasciato un messaggio. Avevo viaggiato fino a roma, e lì volevo che il mio sogno si realizzasse o almeno provavo a renderlo un po’ meno onirico e più pratico. Avevo lasciato un post che diceva più o meno così “mi piace la radio, sono da poco a roma, c’è qualcuno che vuole provare a metterne su una?”. Se ci ripenso adesso ……che sciocca che ero. A quel posto hanno risposto solo due persone. Hanno avuto lo stesso nome di battesimo e la stesso posto nel mio cuore. Il primo, un altro sognatore come me. Ci siamo incontrati, davanti la metro garbatella, ne abbiamo parlato un po’. Ma quel po’ per me è stato un secondo, un secondo dopo già non sentivo più le sue parole e mi disperavo perché me ne ero innamorata. Ci si può innamorare di un perfetto sconosciuto, di un uomo che risponde ad un messaggio lasciato su un forum, ci si può innamorare di un uomo dopo neanche un’ora? Si, e si può essere innamorati di lui dopo otto anni. Ma quel messaggio ha fatto altri danni. L’ha letto qualcun altro. Quando ormai pensavo che non fosse più là, in quel forum, ecco che mi arriva un’altra risposta. Stessa scena ma con tempi un po’ più lenti. Un innamoramento durato sei anni e mezzo che si è spezzato due mesi fa. E quando si chiudono le cose si tende sempre a rivederne l’inizio! Soprattutto quando è doloroso e straziante. E tu Jack Folla sei l’inizio delle mie due storie d’amore. Finora era solo l’inizio, ora purtroppo sei anche la fine. Una fine profonda e sofferta come lo è stato l’inizio. Ma pur sempre una fine.
Una fine da cui, spero, nasca un inizio.