IL CALENDARIO DEL MALE (Una storia vera)

Il Calendario del Male
(Memorie, business e speranze
di un vampiro moderno)
di Diego Cugia

Nel vizio ci vuole stile. La mia opinione è che bisogna meritarselo,
soffrire un po’, insomma. Altrimenti, se uno peccasse
sempre, come diceva nonno Nicholas, per trasgredire dovrebbe
compiere una buona azione. Mi chiamo Jeremiah
Cailloux, meglio noto come «il vampiro». Nessuno può pretendere
una buona azione da un vampiro. Giusto? Giusto.
Coerentemente devo regolarmi da me. Come dicevo, è una
questione di stile e di coscienza. Pagarmi il biglietto per il
male, meritarmelo. Perciò stamane ho preso la linea 12 ma
sono sceso ad Anvers.
È quasi ferragosto, si schiatta dall’afa, l’arrampicata a piedi
verso Montmartre un autentico calvario. Ma che spettacolo!
Rue Lepic è un’ascesa dolorosa verso il cielo dei cieli,
quello dell’arte, e Montmartre sembra il dito di un genio che
sgrida Parigi. Non posso certo considerarmi un maestro come
Delacroix, Utrillo, Modigliani, Van Gogh e Picasso, che
resero leggendaria questa collina, ma durante sette anni di
carcere ho raffinato la mia tecnica pittorica che non ha nulla
da spartire con gli imbrattatele che ormai infestano Montmartre,
e grazie ai bei ritratti di serial killer un giorno diventerò
ricco e famoso. Nel frattempo, sono spesso ospite di
talk show su Antenne 2, solo in qualità di vampiro non di
artista, perché il sangue fa drizzare l’audience più di un quadro
o di uno spogliarello.

A metà strada per la macelleria di Marguerite, il mio nuovo
amore, sono entrato all’Electrolux e ho finalmente ordinato
il frigorifero Magnum a due porte, da incasso. Come
l’ho carezzato ho smesso di sudare. Il nuovo Magnum della
Electrolux, un cherubino del gelo, è talmente bianco e invitante
che stasera, non appena me lo consegneranno, ci dipingerò
due gigantesche labbra rosse femminili, quelle della
macellaia Marguerite. Sin da bambino io amo tutto ciò che è
gelido. Il prezzo, tuttavia, era vergognoso, e devo dire grazie
alle mie fan, altrimenti non me lo sarei potuto permettere.
Da quando iniziai a dipingere ritratti, chiuso nel carcere dei
serial killer francesi, non hanno mai smesso di comprarmeli
per corrispondenza. Che care! Hanno mariti brutalmente
onesti, di quella sonnacchiosa moralità degli impiegati che
tengono a freno la loro cattiveria per vigliaccheria, e le spupazzano
una volta a settimana con la virilità deprimente della
gente perbene. Le anime delle mogli, invece, voragini insondabili,
vere autostrade dello spirito smarrito, sono nude e
disperate, più deserte della loro vagina, che nessuno colma.
Io le faccio sognare.
A proposito di sogni, il mio è quello di realizzare un Calendario
del Male. Non si capisce per quale ingiustizia, infatti,
a oltre tre quarti del genere umano sia negato un calendario.
Noi che non siamo buoni rappresentiamo la maggioranza
della terra! Invece, nelle nostre cucine, sui tir, a scuola,
negli uffici o nelle fabbriche, per sapere che cavolo di giorno
sia, dobbiamo sorbettarci la pappardella su un martire o su
un santo, una vergine o una santissima ricorrenza. La mia
idea rivoluzionaria è di non farci più vivere sfasati, con il
cuore, la mente e le gambe che tirano da una parte e i fogli di
calendario dall’altra. Giusto? Giusto.

Per esempio, oggi, 11 agosto 2009, sui calendari si festeggia
santa Chiara d’Assisi, vergine. Sul mio Calendario del
Male, al contrario, si celebrerà la data di nascita di Kira Kener,
attrice pornografica statunitense. Ma anche l’11 agosto
del 1973, la sventurata sera in cui si suicidò Giorgino William
Vizzardelli, killer di Sarzana, un italiano sveglio, che a
soli quattordici anni uccise due sacerdoti a colpi di scure,
poi un tassista, quindi un barbiere, persino il custode del registro
delle tasse, tanto da far smaniare Mussolini che non
riusciva ad acciuffarlo nonostante l’OVRA, la polizia segreta
fascista.
Parigi, Montmartre, 11 agosto 2009, mezzogiorno
Sulle pagine del Calendario terrei per me soltanto cinque o
sei date. Le pietre miliari della mia vita. Sono ancora giovane,
spero di poter inserire qualche malefica ricorrenza in più,
chissà, magari proprio questa di oggi. Ma con il male non si
può mai dire, va e viene come la marea, non ha un orario
prestabilito tipo le cameriere, e neppure il giovedì libero, tu
devi dedicarti al compito nero anima e corpo, in attesa di
cavalcare l’onda giusta.
Il nostro è un mestiere per pochi eletti, ci vogliono concentrazione,
rigore, una geniale ispirazione, e una valanga di
circostanze coincidenti. L’unico paragone possibile è con
Beethoven e il primo accordo dell’Eroica. Quante volte si sarà
seduto al pianoforte in attesa che gli venisse precisamente
quello? Mi auguro che oggi sia la mia giornata memorabile,
la data in cui suonerò il mio accordo eroico. Al momento, è
l’ennesima mattina d’agosto che trascorro davanti alle vetri-
ne della Macelleria Roger di rue Lepic, apparendo e scomparendo
come una lucciola. Che altro potrei fare? Marguerite è
il mio amore, ma dovrà scoprirlo solo nel preciso momento
in cui saprà di essere la mia vittima. Il momento beethoveniano.
L’ispirato attimo sinfonico del male. Giusto? Giusto.
Oggi a vampirizzare il prossimo sono buoni tutti, dalle
banche agli amanti. Una donna ti concede la sua mano come
una banca ti eroga un prestito. Ma scorrono mesi, anni, a
volte una vita intera, prima di scoprire che quell’elargizione
di denaro o d’amore, a prima vista così generosa, ti ha dissanguato.
Lo stile di un vampiro perbene è di regolare i conti
nello stesso gesto. Un dare e avere sublime. Amore e morte
congelati in un istante e per sempre.
Marguerite, la macellaia, ha una trentina d’anni come me,
capelli rossi, occhi verdi, una costellazione di efelidi su un
corpo da star sudamericana, e seni a forma di piccoli dirigibili
che sembrano rigonfi d’elio. Quando il negozio è deserto
come adesso, l’ardita macellaia posa i seni sul bancone sagomato,
un gioiello tecnologico del freddo, una bara di cristallo,
e contempla trasognata gli abbaini di rue Lepic. A mia
volta, al di là della vetrina, sul marciapiede di fronte, mi appoggio
nella stessa posa sul tetto di un’auto, con l’indice
puntato alla tempia, e quando lei cambia posizione, lo faccio
anch’io. Se Marguerite ripiega la testa di qua, la mia s’inclina
di là. Siamo un muto orologio a cucù gemello che batte placido
le ore in attesa che venga il nostro tempo.
Chissà che cosa sogna la macellaia? Io m’immagino i suoi
seni che prendono il volo nel cielo azzurro mentre su Parigi
piovono fresche goccioline di sangue rosa. È così raggiante,
Marguerite! Sotto i seni è adagiato un tesoro di bistecche
appetitose in vendita, dal maiale al cervo (lei aggiorna i prezzi
sui cartellini con una grafia infantile e li infilza nelle carni
come croci). Dal soffitto, le pale di mogano dei ventilatori
sfrigolano la sua camicetta di seta bianca e soffiano sulla
massa di capelli rossi, che sobbalzano come soffici nidi di
polvere. Così mi apparve casualmente a metà luglio, lo stesso
giorno che notai il Magnum della Electrolux, due isolati più
in giù. Da allora, le due immagini si sono sovrapposte e saldate
insieme: Marguerite e il Magnum. Amo entrambi. La
macellaia di rue Lepic in frigorifero è la visione della morte
più erotica che abbia mai avuto.
Fra noi, fino a stamane, non una parola, soltanto un rito.
Tutte le mattine, verso l’una e mezza, decine di gatti del
quartiere mi strusciano le gambe. Si sono precipitati qui, aizzati
come me dagli oscuri richiami del sangue. Prima di abbassare
le saracinesche per la pausa pranzo, Marguerite, generosa
come la sua scollatura, distribuisce ai gatti di Montmartre
un grosso sacchetto di frattaglie. Nel rovesciarlo, si
piega quasi a terra, mentre i seni continuano a puntare il cielo
come piccoli Zeppelin, gli audaci dirigibili della Luftwaffe.
Soltanto allora, accovacciata tra i felini, Marguerite solleva
lo sguardo compiaciuta verso di me, l’estraneo, e commenta
con un cenno complice la voracità dei gatti.
La prima volta sono arrossito, ora non più. Eppure non
riesco a spiccicare una parola. In quella zuffa di peli e interiora,
di profumo di femmina e gatto, fra brandelli contesi di
carni e ossa, assaporo l’estasi della mia prima volta, in una
meravigliosa chiesa nei dintorni di Praga.
Sarà la prima delle pagine che mi dedicherò nel Calendario
del Male, fra le gesta di Satana Manson, l’assassino di
Sharon Tate, e il 4 aprile del 1968, una delle massime maligne
ricorrenze, il giorno storico in cui San James Earl Ray liquidò,
con una rivoltellata, quel rompiballe di Martin Luther
King.

Kostnic, chiesa delle Ossa. Kutna Hora (Praga), 22 marzo 1982

Per festeggiare il mio decimo anniversario, nonno Nicholas
mi portò a Praga. Ho sempre adorato i picnic col pranzo al
sacco, e così, la mattina del compleanno, mio nonno comprò
un pollo arrosto con patate, una deliziosa torta di ribes, una
bottiglia di Dom Perignon, dieci candeline rosse, e due biglietti
per una gita fuori porta a Kutna Hora, a un’oretta di
treno dall’Hotel Nabucco di Praga.
Devo premettere che noi famiglia Cailloux abbiamo sempre
viaggiato parecchio e non è un vezzo se oggi mi ritengo
un vampiro internazionale. Sono un francese nato in Africa,
figlio unico, e mio padre Auguste (una nullità assoluta) per
sfuggire alla grigia monotonia del lavoro bancario si era specializzato
nel farsi trasferire da una filiale all’altra, con la
scioltezza con cui una nave portarinfuse cambia porto. Ho
studiato così in scuole inglesi, portoghesi e francesi. Ma in
nessuno di questi mondi ho mai trovato un amico, un ragazzino
che condividesse il mio mondo: l’amore per il soprannaturale
e l’eccitazione sensuale per l’occulto. Ogni tanto,
per fare sfoggio della mia cultura noir da autodidatta, mettevo
in cartella un teschio di gatto o la pelle di una lucertola
appena scuoiata. Ma le bambine strillavano di ribrezzo e i
maschi facevano la spia alla maestra. A mia volta, tutte le
fregole per cui sbrodolano gli adolescenti, tipo donnine nu-
de e altre complesse porcheriole pornografiche, mi hanno
sempre lasciato indifferente. Fateci caso, nei titoli di quelle
videocassette porno che i miei compagni si scambiavano sottobanco,
l’aggettivo erotico più utilizzato è «bollente». Quello
che io amo di più è «gelido». Se in quest’epoca i volgari
bollori sovrastano il freddo e austero buongusto, sarà mica
colpa mia. In questi anni grevi la solitudine diventa una scelta
obbligata. Giusto? Giusto.
La vocazione ai sacri piaceri del male la devo a mio nonno
Nicholas e a un volume illustrato che mi regalò quando avevo
sette anni. Una delle figure ritraeva il demone sumero Pazuzu.
Fu un colpo di fulmine. Per me quel demone simboleggiava
qualcosa di antico ed estremamente potente, un’icona
da rispettare, come il nonno, l’unico della famiglia degno
di qualche considerazione. (Il fatto che non abbia neppure
accennato a mia madre la dice lunga sulla sua bollente e appiccicosa
insignificanza.) Nicholas Cailloux aveva fatto la
guerra d’Indocina e ucciso molti uomini. Senza tante ipocrisie,
dopo una birra di troppo, mi aveva confidato che ammazzare
forse non sarà saggio, ma è sicuramente bello.
Per una di quelle coincidenze che fanno un destino, qualche
giorno prima di partire per Praga con lui, era uscito nelle
sale cinematografiche L’esorcista. Non mancai alla prima
all’Arlequin, anche se dovetti intrufolarmi con uno stratagemma
per via della censura. Alle prime scene rimasi folgorato
come san Paolo sulla via di Damasco, alla rovescia. In
un sito archeologico dell’antica città di Ninive, il prete protagonista,
padre Merrin, interpretato dal vecchio Max Von
Sidow, dissotterrava una statuetta che ritraeva lo stesso de-
mone sumero del libro illustrato. Da quel giorno, mio nonno
lo soprannominai Pazuzu. Naturalmente m’innamorai della
giovanissima indemoniata, Linda Blair, tanto che la prima
volta che mi masturbai, proprio a Praga, lo feci pensando a
Linda seduta sul letto, che ruota la testa a 360 gradi nella
stanza gelata, mentre io lecco il suo fiotto di vomito verde
smeraldo.
A Kutna Hora non si respirava dall’afa, come oggi. Faceva
talmente caldo che ci sembrò di star seduti sulle braci invece
che sul prato verde. Proposi a nonno Nicholas di cambiare
programma e consumare il pranzo di compleanno di nascosto,
al fresco, in quella sinistra chiesa che si ergeva davanti a
noi. Entrammo nella Cappella di tutti i Santi, al monastero
cistercense. Per non farci sgridare da qualche bacchettone,
ci rifugiammo nell’ossario. Per la prima volta, dopo tanto
pellegrinare, ebbi la meravigliosa sensazione di essere finalmente
ritornato a casa.
Quarantamila teschi mi scrutavano amichevolmente dalle
pareti decorate dalle loro stesse ossa. Un geniale architetto
funebre aveva realizzato un’opera d’arte con i resti degli
appestati di un’epidemia del 1318, trasformando la morte in
una ridente stanza dei giochi. Dalle volte gotiche pendevano
collane da giganti, composte di resti umani. Un lampadario
regale m’illuminò la coscienza. Nonno mi spiegò che
era stato fabbricato utilizzando esclusivamente tutte le ossa
che compongono un corpo umano, da quelle della nuca al
dito mignolo del piede. Quelle centinaia di cristalli ossei
brillavano d’eternità. Era stato ideato da un certo Frantisek
Rint, un intagliatore del legno trasformatosi in poeta delle
ossa. Fissavo ipnotizzato quelle gocce d’avorio del lampadario,
le ossa pendenti sembravano tintinnare come cristalli al
vento, smossi dai ballerini di un valzer dell’Ottocento. I calici
di teschi, gli stemmi d’ossa incrociate, le tibie impilate in
forma di mobili pregiati, tutto era cupamente immenso.
Nella mia sbrigliata fantasia infantile mi ripromisi da grande
di diventare milionario e di farmi una villa in California con
mobili e suppellettili umane, un letto a baldacchino tutto di
vertebre ricamate una nell’altra, un materasso di soffici capelli,
e lei, mia moglie, a fianco. La mia piccola, deliziosa
Linda Blair.
Non c’è nulla che provochi una malinconia più struggente
di un sogno infantile spezzato. «E tu che farai da grande?»
ci chiedevano gli adulti con quei sorrisi ipocriti di chi ha tradito
se stesso. Io rispondevo: «Il vampiro». Forse non avrò
mai la villa in California, però sto mettendo da parte le ossa
per costruirmela.
La notte del mio ventesimo compleanno ho riprovato la stessa
estasi artistica, al termine di un viaggio in Italia, in memoria
di nonno Nicholas. Quella volta mi parve che le trombe e
il coro umano dell’Inno alla gioia di Beethoven mi esplodessero
in petto.
Ero riuscito a intrufolarmi, con la mia cena al sacco, all’interno
delle catacombe dei Cappuccini a Palermo. Le composizioni
di quell’ossario erano meno fantasiose, la mano di
quel genio siciliano meno ardita di quella dell’artista boemo,
ma nella cripta dei Cappuccini c’era e c’è ancora un tesoro
incommensurabile: Rosalia Lombardo, una bambina degli
anni Venti imbalsamata. Ha ancora indosso il vaporoso ve-
stitino di un tempo e un fiocco sgualcito nei capelli le addolcisce
il visetto sbarazzino.
Rosalia, che ho venerato più di Linda Blair, assomiglia in
modo sorprendente alla macellaia Marguerite da piccola.
Come ho premesso, nel male ci vuole stile, perseveranza,
rigore, ma prima di ogni altra cosa, conoscenza. Io mi documento
sempre sui miei sofferti amori. Ho quindi scoperto
che la piccola macellaia di rue Lepic andava a scuola dalle
suore, poco distante dalla chiesa del Sacro Cuore di Montmartre,
e con una scusa ho trafugato dall’economato l’album
di classe 1987-1988. Nella foto di gruppo, Marguerite è seduta
in prima fila, con le gambe nude ciondoloni, il visetto
cosparso di lentiggini, e un fiocco nei capelli.
Oh, quel fiocco! Sono così eterne le cose, così eterne, e ci
sopravvivono! Era un fiocco della stessa foggia e colore di
quello sopravvissuto a Rosalia Lombardo.
Quella notte, a Palermo, festeggiai il mio compleanno davanti
alla bambina imbalsamata, con un piatto freddo di
maccheroni alle sarde, così come a Kutna Hora avevo gustato
la mia torta di ribes con nonno Nicholas, all’ombra di un
lampadario d’ossa. È teneramente sadico mangiare davanti a
una bambina che non può più farlo! Nelle mie fantasie erotiche,
l’immagine di Rosalia polverizzò quella dell’Esorcista.
Oggi, altri dieci anni dopo, mi pervade un’eccitazione immensa
se penso al mio frigo nuovo abitato da una macellaia.
Il Magnum sarà la gelida villa in California di una bambola
con le lentiggini e i capelli rossi.
L’unico modo che conosco per non soccombere alle ingiustizie
di un mondo dai valori capovolti, è quello di capo-
volgere il mondo degli altri. Non è giusto che, almeno una
volta, l’ultima, una macellaia prenda lo stesso posto in frigo
di quello che ha riservato tutta la vita alle carni di altri esseri
viventi, e grazie alle quali ha campato? Marguerite e il Magnum
dovranno diventare la stessa cosa. Il massimo della
femminilità e della tecnologia. Sopravvivere agli esseri umani
come il fiocco eterno di Rosalia Lombardo.

Al rientro dalla vacanza per il mio decimo compleanno, mentre
eravamo da soli in casa a disfare le valigie, nonno Nicholas
fu colpito da un’embolia cerebrale.
Rantolava che sembrava un orgasmo.
Non chiamai l’ambulanza né feci nulla per aiutarlo, pur
di protrarre al massimo la marcia goduriosa e trionfale della
morte. Ho ucciso la mia prima vittima, molti anni dopo, per
riprovare quell’orrida gioia.
Purtroppo, assistere alla morte di una persona cara è imparagonabile
al piacere che si prova per quella di un estraneo.

Parigi. Cimitero di Passy. 24 luglio 1988
Tra i venti e i trenta ho trascorso la maggior parte del mio
tempo libero nei cimiteri. Come un botanico studia piante e
fiori, così esaminavo le serrature arrugginite delle cappelle
gentilizie e valutavo la pesantezza dei coperchi. Mi ero fabbricato
una sofisticata chiave a L, ma se la serratura opponeva
resistenza, profanavo la tomba con un piede di porco,
oppure rompevo una finestra e m’introducevo da lì. A volte
dipingevo Pazuzu sulle umide pareti delle cripte, a lume di
candela; altre volte, al monumentale Père Lachaise, ho cenato
al sacco sulla tomba di Jim Morrison dei Doors, bevuto
birra accanto a Cyrano de Bergerac, fumato un sigaro con
Oscar Wilde. Finché il mio «periodo contemplativo» è passato.
Il 15 luglio 1988 mi alzai dal letto in preda a una sublime
urgenza: disseppellire un corpo e mutilarlo. Radunai un piccolo
piede di porco, un paio di tenaglie, un cacciavite, un
mazzo di candele nere e dei guanti chirurgici, ficcai tutto
nello zaino da picnic e presi il métro. A mezzogiorno i cancelli
del cimitero di Passy erano spalancati, ma i becchini e
gli impresari di pompe funebri stavano gozzovigliando al ristorante.
Passy è un piccolo cimitero gotico del XIX secolo, situato
in mezzo a due grandi arterie molto trafficate: impossibile
profanarlo di notte. E chi si sarebbe mai potuto immaginare
che qualcuno lo profanasse all’ora di pranzo? Di vampiro in
Francia ce n’è uno. Giusto? Giusto. Ero io, anche se ancora
non sapevo di esserlo.
Una tomba mi ronzava nella mente. La cappella di una famiglia
di profughi polacchi. Giorni prima avevo assistito, in disparte,
al funerale di una bambina, e mi era parso che il corteo
di familiari l’avesse accompagnata lì. In chiesa, purtroppo,
uno dei suoi mi aveva notato, e in parecchi si erano girati
verso il confessionale dietro al quale mi ero appostato. Così
ero stato costretto a tagliare la corda e ad assistere alla tumulazione
da troppo distante per avere la matematica certezza
che la cappella giusta fosse proprio quella dei russi.
Avevo già ficcato il naso nella porta di ferro, la sera prima,
scardinando la serratura, poi l’avevo camuffata in modo che
apparisse intatta. La visione delle scale di marmo che scendevano
a precipizio nelle viscere buie di un’antica famiglia di
Varsavia mi aveva travolto d’eccitazione. Tutto quel che dovevo
fare, adesso, era sferrare un calcio alla porta. Si aprì con
uno schianto, sentii un cane abbaiare in lontananza, poi più
nulla. Mi barricai nel mio nuovo regno, e sussurrai ai sudditi
dormienti nei sotterranei, e soprattutto alla bambina: «È arrivato
il Principe!».
Avevo la coscienza in caos. Io lo chiamo «l’orgasmo nero
», è un dono e una condanna. Come Beethoven che, da sordo,
era costretto a dirigere l’orchestra percependo nient’altro
che un fragore indistinto, così io vengo travolto da un’immoralità
tumultuosa, un’energia che mi sbatte all’infuori di me
con violente mareggiate, tutte le volte che mi accosto al piacere
supremo. Cercai di dominarmi. Accesi una candela nera
e iniziai a discendere cauto le scale. A ogni gradino, un flash
di morte m’incendiava il cervello. Era come se avessi avuto
tutti i nervi illuminati.
Il feretro della bambina occupava la posizione centrale.
La bara, di quercia solida, era sigillata con viti cromate. Mi
parve nuova di zecca, anche se di eccessive dimensioni per
una donna in miniatura. Per «sbottonare» tutte quelle viti
impiegai quasi un quarto d’ora. Ero eccitato, pensavo al fiocco
di Rosalia, la bimba imbalsamata, ai suoi riccioli sulla
fronte simili alle virgole di burro che i camerieri dei ristoranti
ti propongono per ingannare l’attesa del primo. Non vedevo
l’ora, anche se non sapevo bene di che. Deglutendo
dall’eccitazione, e rivolgendomi io stesso la domanda, mi risposi:
di mangiarmela e bermela. Non sapevo neppure io che
cosa stessi dicendo, ma il risultato fu che mi bagnai, come
quando mio nonno rantolava sul parquet, fra le valigie vuote
e spalancate come bare in attesa. Quella volta avevo temuto
di essere omosessuale, invece mi ero eccitato per la morte in
sé, non per un maschio che muore. La morte non ha sesso,
come gli angeli.
In preda alla frenesia, feci saltare l’ultima vite con un pugno
sul cofano della bara, e la scoperchiai con il piede di
porco.
Finalmente vidi il corpo dentro. Che delusione! Non era la
piccola polacca che avevo tanto sperato, ma una vecchia signora
mezza ammuffita, avvolta in un sudario grigio, insozzato
di macchie marroni. Il suo viso sembrava spalmato
d’olio solare, erano i fluidi della morte che trasudavano dalla
pelle. Il lezzo di Thanatyl, il prodotto che gli imbalsamatori
utilizzano per ritardare la decomposizione, era intollerabile.
Tentai di sollevare un lembo del velo, ma era appiccicato
all’incarnato di pietra. Allora lo squarciai con il cacciavite. I
denti sporgevano ancora dalla bocca, ma gli occhi erano andati.
Mi curvai come un biologo sul microscopio, quasi volessi
introdurmi nelle orbite oculari vuote, e d’un tratto fu
come se una mano mi afferrasse da dentro quel guscio decrepito
di donna, scaraventandomi nelle galassie.
Vidi grappoli di cosmi e di nebbie stellari che mi attraversavano,
mentre deragliavo a folle velocità nell’universo, e
sentivo il mio corpo scagliato nello spazio congelarsi ai raggi
di soli freddi e sconosciuti. Quella vecchia mi stava attirando
nella sua trappola immortale. Sta uccidendomi con la sua
stessa morte! pensai in quel turbinio, e per ribellarmi infersi
il primo colpo di cacciavite nel cuscino di raso del cadavere.
Il corpo all’interno della bara si mosse leggermente, come
avesse intuito che cosa stava per accadergli. Così iniziai a pugnalarle
dapprima la pancia, poi l’area costale e le spalle.
Credo che la trafissi almeno cinquanta volte con la furia di
un demone. Ero posseduto come Linda Blair, ma da Pazuzu,
e nessun esorcismo avrebbe mai potuto fermarmi. Ricordo
che a un certo punto la sollevai, ma non sapevo più che parte
del corpo fosse, scaraventai quel blocco rancido in un angolo
della cripta, e persi conoscenza. Quando mi svegliai, i miei
avambracci erano ricoperti di melma del cadavere. Mi ero
afflosciato di traverso nella bara, sfinito ma felice.

Parigi, 11 agosto 2009, le cinque della sera

Ce l’ho fatta, le ho rivolto la parola con eleganza disinvolta,
la macellaia dai capelli rossi non vedeva l’ora di chiacchierare
con qualcuno. Ormai sento che oggi sarà una data da Calendario
del Male. L’intuizione beethoveniana è stata quella
di riaffacciarmi a Montmartre di sera, quando tutto è più
fresco e le difese delle donne si abbassano. Entrando alla
macelleria Roger mi è parso, addirittura, che i suoi meravigliosi
seni mi abbiano fatto un inchino. Ho comprato una
bistecca di cavallo, anche se avrei voluto ritagliarla personalmente
dalle sue cosce bianche.
Infatti le ho chiesto con disinvoltura un autorevole parere
professionale: «Secondo lei, quanto tempo devo lasciar macerare
la carne in frigo prima di cucinarla?». Naturalmente
intendevo carne umana, ma non potevo certo dirglielo.
Sulle prime Marguerite non ha capito, così ho dovuto
specificarle: «Mi riferisco al miglior sapore delle carni. È meglio
gustarle subito, o dopo due o tre giorni?».
Mi ha sorriso, è sembrato che il cielo mi facesse l’occhiolino.
Con le mani sui fianchi, e un’arietta da macellaia prima
della classe, ha detto: «Considerato che le mie carni sono
assolutamente freschissime» (ho annuito pensando ai suoi
seni e alle sue cosce) «direi che fra tre giorni è l’ideale».
Tre? Ho fatto il segno con le dita. Lei ha riso e mi ha risposto
allo stesso modo, sollevando il braccio destro come la Statua
della Libertà. Mi ha fatto letteralmente impazzire perché
ho scoperto che non si rade. Le ragazze degli anni Cinquanta
non si radevano, l’ho visto nei film. Le donne di oggi ignorano
quanto siano deliziose quelle piccole caverne di peli arruffati!
Quanto vorrei ritagliarmi le sue ascelle e portarmele a spasso
nelle tasche, una di qua l’altra di là, le userei come portamonete.
Borsellini di donna, andrebbero a ruba. Per noi maschi sarebbero
un delizioso e vendicativo accessorio. Quanti soldi ci
portano via le donne? Che almeno ce li portino loro, una volta
tanto, nascosti nelle ascelle! Giusto? Giusto.
Marguerite ha capito benissimo che ci stavo provando,
anche se ignora l’assoluta potenza distruttrice del mio amore.
Ci siamo bevuti un caffè al Bar des 2 Moulins, qui in rue
Lepic, ma non ha acconsentito a darmi il numero del cellulare.
Le ho sorriso con elegante noncuranza, e questo eccita le
femmine; a loro piace essere strapazzate, nonno Nicholas me
lo rammentava sempre. Così le ho detto che «Può darsi» sarei
ripassato un giorno o l’altro, mentre dentro di me mi ripromettevo
di noleggiare una limousine per fare più scena
possibile. Farò spuntare davanti alle vetrine della Macelleria
Roger il suo lungo e sfavillante muso nero, un minuto prima
dell’ora di chiusura.
Monterai in macchina con me, piccola Marguerite dal
fiocco di burro? Tu sopravviverai al mondo, amore mio, vedrai,
il mio Magnum nuovo sarà la tua cripta dei Cappuccini
di Palermo, la tua villa a Malibu, il tuo scrigno perfetto. E
per berti e mangiarti attenderò tre giorni, esattamente come
mi hai consigliato tu.

Istituto di medicina legale di Parigi. 1° dicembre 1993

Questa è la penultima data che mi riguarda nel Calendario
del Male. Il giorno in cui ho scoperto di essere un vampiro, e
anche qualcosa di più. Stiamo parlando di sedici anni fa, da
allora non ho mai smesso, tranne per il digiuno forzato in
carcere.
Nell’inverno del 1993 riuscii a farmi assumere all’Istituto
di medicina legale di Parigi come inserviente d’obitorio. Il
mio compito era quello di dare una mano durante le autopsie,
pulire i tavoli e preparare i corpi per la camera ardente.
Da quel giorno la magnifica collezione di reperti macabri,
che imbellisce il mio salotto, ha cominciato ad arricchirsi
vertiginosamente di pezzi unici. Ancora rido se penso alla
faccia degli investigatori del Dipartimento criminale quando
irruppero nel mio appartamento, al 19 di Faubourg Saint
Honoré. Frammenti di ossa e denti umani erano sparsi come
spiccioli in tutta casa. Vertebre e ossa di gambe penzolavano
dal soffitto, compreso un lampadario di tibie, un po’ naif,
l’ammetto, non ho l’estro artigianale di un Frantisek Rint,
l’intagliatore di Kutna Hora. E poi le mie «aranciate», le sacche
di sangue in frigorifero, e le centinaia di nastri sadomaso,
le videocassette amatoriali dei miei amori imbalsamati, e
naturalmente la collezione che amavo di più e che quei coglioni
di poliziotti mi sequestrarono e allungarono a qualche
prete per disperderla nel vento: centocinquanta barattoli di
ceneri umane.
Tutto questo bendiddio cominciai a trafugarlo nelle sale
autoptiche, fino al brutto giorno in cui il direttore dell’istituto
mi beccò mentre staccavo i denti a una defunta. Credendo
che fosse un episodio isolato, e convinto che l’avessi fatto
per rubare un dente d’oro, non mi denunciò ma mi fece licenziare.
Il 1993, tuttavia, è stato il mio anno fortunato.
Quindici giorni dopo mi assunsero alla clinica universitaria
del Sacré-Coeur, unità di chirurgia d’urgenza. Una delle mie
mansioni era quella di trasportare sacche di rosso nettare
dalla banca del sangue dell’ospedale alle sale operatorie.
Trafugai la prima, e fu il mio battesimo. La sorseggiai cautamente
dopo averla refrigerata a dovere nel mio vecchio frigo
della Zoppas e aver shakerato il sangue con proteine in
polvere, ceneri umane e ghiaccio. Questo cocktail l’inventai
per necessità. Nelle buste non c’era plasma, quindi il sangue
era troppo liquido, scelsi di addensarlo un po’. Sui gusti non
si discute. Giusto? Giusto.
All’Istituto di medicina legale, alcune autopsie le lasciavano
fare direttamente a me, anche se ero un modesto assistente.
Ma sono sempre stato un lavoratore impeccabile ed è
estremamente raro trovare un assistente d’obitorio così innamorato
del proprio mestiere. Facevo l’incisione a Y, tagliavo
le costole alle giunture, aprivo il teschio con la sega elettrica.
Il patologo si limitava a dissezionare gli organi e a inserirli
nei contenitori. La gran parte delle volte mi lasciavano da
solo con il corpo, dopo l’autopsia, per fare le suture, che erano
la mia specialità. Il 1° dicembre, nell’anniversario di ma-
trimonio dei miei genitori, entrambi defunti, feci il penultimo
grande passo. Tagliai una strisciolina di muscolo dal corpo
di un’aitante ventenne uccisa da un collega, anche se il
termine è inesatto, poiché si trattava di un banale violentatore.
Me la portai a casa e me la cucinai fritta. Era dolce, gustosa,
davvero eccellente. Da quel giorno divenni insaziabile,
perché una volta attraversato il confine di un vizio nuovo,
tornare indietro è pressoché impossibile, e la potenza che
t’infonde la carne umana è imparagonabile a qualsiasi cibo.
Per questo è proibita. Perché è buonissima. Ti sembra di
toccare la faccia di Dio. Ti fa sentire come se non appartenessi
più alla razza umana.
Ricordo che con calligrafia tremante, prima d’addormentarmi,
scrissi sul diario:
«Wow! Ora sono un cannibale. Fico!».

Parigi, 18 ottobre 1994

Questa giornata, sul Calendario del Male, non può avere altri
riferimenti storici che il mio. È la malignissima ricorrenza
della mia vita, e nonostante mi sia costata qualche anno di
galera, il 18 ottobre del 1994 lo posso paragonare al fatidico
giorno in cui Beethoven sedette al pianoforte e trovò il primo
accordo dell’Eroica.
Io suonai per la prima volta quella sinfonia del male supremo
che s’intitola Omicidio. Quel giorno mi sentii come
un turista occidentale stremato dopo una vacanza interminabile
nei paesi asiatici, con lo stomaco sottosopra per tutte le
schifezze che ha dovuto ingerire in trattorie dai nomi improbabili,
che finalmente, nella cucina di casa sua, si prepara il
suo piatto preferito. Io, fino a quel momento, che male avevo
fatto, in fondo? Profanato qualche mausoleo, sorseggiato
qualche litro d’aranciata umana, collezionato ricordi, e arrostito
qualche chilo di carni bianche, condite al ragù e tagliate
a striscioline come tagliatelle alla bolognese. Dovevo alzare
l’asticella al massimo. Uccidere un uomo. Giusto? Giusto.
(Anche Pazuzu era d’accordo.)
Trascrivo parola per parola quel che dichiarai agli inquirenti
poco dopo che i poliziotti mi acciuffarono, proprio qui
a Montmartre, sulla soglia del Moulin Rouge.
(Dalle dichiarazioni di Jeremiah Cailloux rese al pubblico
ministero dottor Lapointe il 27 ottobre 1994)
[...] quanto all’omicidio che mi viene attribuito, quello di
Roger Demain, tutto è iniziato in un bar, uno di quei locali
frequentati da gay dove tutti sono gentili e nessuno fa troppe
domande.
Mi avvicinai a Roger, che stava seduto solo al bancone, e
sfoderai il mio sorriso più convincente. Era un giovane uomo
dall’aspetto piacevole, curato nell’abbigliamento, ma a me importava
poco, perché con lui avevo altri progetti che una notte
di sesso.
Mi invitò a casa sua, ma non mi sentivo ancora pronto, così
ci mettemmo d’accordo per vederci la sera dopo, sempre da
lui.
Sembrava felice quando mi aprì la porta, senza notare la
pistola che avevo infilata nei pantaloni. Entrai velocemente, e
mentre stava richiudendo estrassi la pistola. Dopo un istante
d’impaccio premetti il grilletto. Gli sparai in un occhio. Cadde
istantaneamente a faccia in giù senza una parola. L’osservai
sanguinare sul tappeto. Poi decisi di dare un’occhiata al suo
appartamento. Non era niente di che, roba da poveracci, e
quando ritornai in salotto Roger si muoveva ancora. Ricaricai
e sparai ancora, questa volta colpendolo alla nuca, poi ancora,
la terza e ultima volta, alla schiena. E finalmente la smise di
frignare.
Al magistrato, ovviamente, non raccontai proprio tutto. Per
esempio, che mentre lui rantolava a terra, come nonno Nicholas,
io mi ero toccato. ça va sans dire. Giusto? Giusto.

Parigi, 10 agosto 2009, ora di cena

Sono stato scarcerato per buona condotta.
Da allora, finalmente, mangio carne umana e bevo sangue
come un tempo, ma devo farlo sempre di soppiatto e accontentandomi
di vecchi avanzi di cimitero. Ma stasera no. Stasera
riassaporerò il mio orgasmo nero. Oggi, 10 agosto, ormai
è certo, sarà inserito a cubitali lettere nere nel Calendario
del Male. Ma per sapere davvero come andrà a finire, dovrete
aspettare la sua pubblicazione. E comprarvelo. Voi giudici
non avete idea di cosa sia un vampiro, miserabili, voi che
bevete acqua, quanto tempo potete resistere senza? Anche
in questo vi sono superiore. Ho resistito sette anni fino a
convincervi di essere innocuo. So digiunare, so meditare, so
aspettare. Sono il Siddharta rovesciato. Che cosa vi credete?
Bene e male sono composti dalle stesse qualità. È solo l’uso
che se ne fa che è diverso.
Un paio d’ore fa ho noleggiato questa splendida limousine
francese (lo stesso nome di un famoso taglio di carne,
non è buffo?), una Citroën Cx Prestige, da nababbi, persino
troppo per la mia piccola macellaia. Appena l’ha vista ci si è
quasi tuffata dentro.
Ora però devo chiudere questi appunti mentali per il mio
Calendario del Male. Nel mio lavoro, il rigore prima di tutto.
Devo concentrarmi sull’obiettivo: la carne più sexy e profumata
di Montmartre. Ho fatto tutto in fretta e furia. Sono
rientrato a casa appena in tempo per ricevere il mio nuovo
Magnum e farmi una doccia. Sono riuscito a razzo, ho noleggiato
la Prestige e sono apparso in pompa magna in rue Lepic,
nel preciso istante in cui Marguerite stava abbassando le
saracinesche.
Adesso stiamo scendendo dalla collina di Montmartre, la
mia Spoon River, e mentre guido taciturno tu mi guardi trasognata,
come fai da sola, alla Macelleria Roger, fissando gli
abbaini dove la vita umana scorre, oltre le vetrine del tuo
camposanto degli animali. Certamente ti starai domandando
che lavoro faccio per permettermi tutto questo lusso. Avrai
già l’acquolina in bocca come me, ma per opposte ragioni.
«Che lavoro fai?» Me l’aspettavo. L’hai chiesto. Taccio
per farti rosicare. Alle donne piace essere strapazzate, giusto
nonno? Giusto. «E dai, Jeremy, che lavoro fai? L’agente segreto?
»
Il vampiro, amore. Ma seguirò il tuo consiglio. Ti attenderò
tre giorni prima di berti e mangiarti tutta. Nel frattempo
praticherò un foro nel mio Magnum, per spiarti dal buco
della serratura. Soprattutto questi piccoli dirigibili, queste
tue morbide bottiglie di latte che già ti stai lasciando accarezzare.
Puttana. Li intaglierò a forma di lampadario. Appenderò
i tuoi seni al soffitto, piccola Marguerite, come nella
cripta di Kutna Hora. Ci metterò una lampadina dentro.
Una per questa qui, e una lampadina per quest’altra. Ti piace
farti toccare, eh? Sei più puttana di mia madre. Farò un
lavoro di fino. Da imbalsamatore di una volta. E quando mi
mancherai (perché mi mancherai, Marguerite, come Linda
Blair, nonno Nicholas e Rosalia, la piccola imbalsamata di
Palermo) allora mi fumerò la pipa seduto in poltrona, al
buio. Poi accenderò i tuoi seni che brilleranno al soffitto,
sfavillanti e infiniti come stelle, e come tutte le cose belle che
ci sopravvivono.

(Riproduzione riservata)

  1. Una risposta to “IL CALENDARIO DEL MALE (Una storia vera)”

  2. By selva on apr 27, 2010

    Un bel leggere, Diego.
    Avevo adocchiato il tuo brano da qualche giorno ma volevo leggerlo in pace e senza fretta. E’ così che si fa, giusto? Giusto.

    Non posso trattenermi dal chiedermi quanto tu ti sia divertito a scriverlo. Tanto, vero?
    Sei bravo, ti ringrazio di averlo pubblicato qui.
    clelia

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