Eroi da bar
Quanto mi mancano gli acrobati del pensiero, gli intellettuali da strada, gli scrittori da caffè! C’è cultura a pacchi, oggi e per fortuna, nelle riviste e nei quotidiani, chi è quasi scomparso, però, è il maestro di storie, l’uomo-evento, l’italiano da prima pagina. I nostri figli avranno la fortuna d’incontrare un Giancarlo Fusco e chiacchierarci in un sabato d’agosto nell’afa di un baretto sotto la Rai? Io l’ho avuta, questa fortuna, tante volte e non posso tenerla per me. Fusco era lo zio d’America degli scrittori, con la valigia gonfia d’anneddoti, quasi tutti bellissimi perché assolutamente falsi. Una delle sue fissazioni era raccontare della guerra.
Una volta, al Café de Paris (quello, per intenderci, della Dolce Vita) Giancarlo, basso, tozzo e con due baffi ottocenteschi, stava arringando una mezza dozzina di persone sedute in cerchio mentre si gonfiava ntorno un capannello di curiosi. Raccontava la tremenda battaglia di Bir el Gobi (Libia, 3-7 dicembre 1941) tra gli inglesi e gli italiani. Fusco, aiutandosi con piattini, bicchieri, Campari, olive e stuzzicadenti, e assicurando “Io c’ero”, descriveva minutamente sul tavolino del Café de Paris le alterne fasi della battaglia, quasi paonazzo per il vino e l’eccitazione guerresca, con il suo eloquio travolgente,che mi manca tanto, perché era arte, improvvisazione pura.
A un certo punto, da un tavolino sul marciapiede, si alza un signore magro e alto, calvo e grave, vestito come si si vestiva un tempo: bene. «Senta» fa il tipo interrompendo Fusco, «lei a Bir el Gobi non c’è mai stato.» Via Veneto tacque. Il signore, utilizzando gli stessi “mezzi d’assalto” (tramezzini sbocconcellati, bicchierini di vermouth e patatine fritte) gli ribalta tutta la battaglia in quattro e quattr’otto. «I carri non erano qui, bensì quaggiù, il filo spinato era da questo lato non da quello, le nostre trincee stavano qui non là, non c’era affatto il sole ma pioveva che Dio la mandi, e i bersaglieri furono catturati qui…»
Giancarlo Fusco taceva, fremente, colto in fallo non sapeva come venirne fuori. Il distinto sconosciuto, dopo cinque minuti di quell’orazione puntuale come una cambiale, concluse: «Vede? Lei a Bir el Gobi non c’è mai stato, né in guerra né in vacanza.»
Tutti si volsero verso il povero Giancarlo, che in un colpo di genio rispose:
«Senta, si ricordi che io, a Bir el Gobin, ci sono sepolto!»
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Una volta, al Café de Paris (quello, per intenderci, della Dolce Vita) Giancarlo, basso, tozzo e con due baffi ottocenteschi, stava arringando una mezza dozzina di persone sedute in cerchio mentre si gonfiava ntorno un capannello di curiosi. Raccontava la tremenda battaglia di Bir el Gobi (Libia, 3-7 dicembre 1941) tra gli inglesi e gli italiani. Fusco, aiutandosi con piattini, bicchieri, Campari, olive e stuzzicadenti, e assicurando “Io c’ero”, descriveva minutamente sul tavolino del Café de Paris le alterne fasi della battaglia, quasi paonazzo per il vino e l’eccitazione guerresca, con il suo eloquio travolgente,che mi manca tanto, perché era arte, improvvisazione pura.
A un certo punto, da un tavolino sul marciapiede, si alza un signore magro e alto, calvo e grave, vestito come si si vestiva un tempo: bene. «Senta» fa il tipo interrompendo Fusco, «lei a Bir el Gobi non c’è mai stato.» Via Veneto tacque. Il signore, utilizzando gli stessi “mezzi d’assalto” (tramezzini sbocconcellati, bicchierini di vermouth e patatine fritte) gli ribalta tutta la battaglia in quattro e quattr’otto. «I carri non erano qui, bensì quaggiù, il filo spinato era da questo lato non da quello, le nostre trincee stavano qui non là, non c’era affatto il sole ma pioveva che Dio la mandi, e i bersaglieri furono catturati qui…»
Giancarlo Fusco taceva, fremente, colto in fallo non sapeva come venirne fuori. Il distinto sconosciuto, dopo cinque minuti di quell’orazione puntuale come una cambiale, concluse: «Vede? Lei a Bir el Gobi non c’è mai stato, né in guerra né in vacanza.»
Tutti si volsero verso il povero Giancarlo, che in un colpo di genio rispose:
«Senta, si ricordi che io, a Bir el Gobin, ci sono sepolto!»
4 Risposte to “Eroi da bar”
By parola.io per il no.i on mar 31, 2009
All’inizio, in lontananza, pensavo che tu fossi il sosia di Giorgio Gaslini.
By Umbro on mar 31, 2009
Per fortuna al mio paese di gente così ce n’è ancora abbastanza in giro: uno per tutti “il Cavaliere” che pochi mesi fa disse “Sto uscendo con due gemelle, una di 24 anni e una di 27″
By Riccardo Brero on apr 1, 2009
Ciao Diego,
con piacere ti leggo ancora su queste pagine.
Non so come fai a gestire tutto,ma ne sono contento.
E’ vero ormai di “personaggi”che raccontano nelle città ce ne sono sempre meno,forse un pò di più nei paesi…….tutto è più veloce,frenetico…..non c’è più tempo.
A proposito,devo andare a lavorare
By manuel barone on apr 4, 2009
spassosissimo questo episodio, Diego.ora
e’ difficile incontrare per strada uno scrittore, un poeta, un affabulatore che
allieta con la sua arte i passanti, qui
a Milano poi…pero’,Diego, sono iscritto al
Cineforum del mio paese, e pochi anni fa
vidi un film con Marherita Buy e Sulvio Orlando, molto carino, uscii dal cinema e
chi trovai all’uscita, circondato da un
nugolo di persone: GIUSEPPE PICCIONI, il
regista del film!!! che fortuna!! si e’
fermato a parlare con noi un’ora, una persona
deliziosa, simpatico, disponibile, molto
alla mano, ci ha persino detto “se venite
a Roma,c’e’ quella libreria, chiedete di
Giuseppe, chiaccheriamo un po’ e andiamo a
berci qualcosa!”, non me lo dimentichero’ mai.