Lunedi 12 novembre

Oggi è un buon giorno per ritornare. Il dolore allarga la capacità interiore di contenerlo, col risultato che la marea nera successiva è sempre più buia e ampia; devo esplorarla tutta, in profondità e latitudine, ogni volta, prima di tornare alla luce e reggere il nuovo nero sottostante. Mio nonno paterno che si chiamava come me (per un vezzo di famiglia ci battezziamo alternativamente Francesco e Diego da otto generazioni) festeggiava l’onomastico un giorno prima del calendario cristiano che prevede San Diego domani. Non ho mai conosciuto nonno Diego (morì nella prima guerra mondiale quando mio papà aveva due anni). Nella seconda, il nonno gli mandò una lettera dall’al di là; proprio così. Il fatto è questo, papà Francesco viveva nel palazzo materno, a Pontecorvo un paesino del Frosinate. Durante il bombardamento di Cassino, fuggì sulle montagne. La notte scese in paese per tentare di recuperare qualcosa dei beni di famiglia. Il palazzo era stato bombardato, non restava in piedi che una piccola colonna, fra le macerie fumanti decine di sciacalli trafugavano tutto: lenzuola, documenti antichi, cristalleria, gioielli. Mio padre, trentenne, capì che era diventato povero e avrebbe dovuto ricominciare da zero. Poi vide una luminescenza sotto la luna, una busta bianca posata sulla colonna. Era una lettera intestata a Don Franceschino Cugia di Sant’Orsola, speditagli da suo padre Diego, dal fronte, nel 1917 in occasione del suo primo compleanno. E che probabilmente sua madre aveva nascosto in qualche cassetto, dimenticandosela. Uno di quei miracoli di tenerezza che consolano l’anima nei momenti gravi e ci fanno commuovere dell’originalità creativa con la quale la vita ci stupisce.

La lettera diceva:

"Carissimo figlio,
è la prima volta che ti scrivo e non puoi credere come lo scrivere "carissimo figlio" mi commuova. Cosa vuoi? Non ci sono abituato. Domani è la tua festa. E gli auguri che ti faccio in questa tua prima festa sono tanti e tanti che tu nemmeno li puoi immaginare. Io vorrei che tutto quanto di buono, di bello, di puro, di grande è dato avere in questo mondo tu lo abbia. Io ti auguro che questi stessi auguri che io ti faccio, tu li faccia al tuo primogenito e agli altri che verranno. Io ti auguro di avere una sposina come ho io, bella, buona, che ti dia quella completa felicità che essa dà a me. Tuo papà in questo momento è maggiore ed è responsabile di un treno in servizio di guerra. Tu che sei un ometto serio e un futuro militare, mi intendi: il dovere in primo luogo. Sono certo che non ti allontanerai mai da questa massima e capirai che papà domani sarà con te col pensiero. (…)
A me è accaduta la stessa cosa, ma un poco più amara. L’anno scorso un’amica ungherese di mio padre, ormai scomparso da dieci anni, mi scrive di avere una lettera per me da parte del mio papà. Naturalmente ho pensato che fosse diventata pazza. Invece, in un certo senso, era vero. Dopo una litigata, lui mi aveva scritto una lettera dura, ma così aspra che aveva deciso di non mandarmela e l’aveva lasciata in consegna a quest’ungherese, perché si era trovato a scriverla, evidentemente, da casa sua. E lei una mattina, pensando di farmi cosa gradita, mi ha inviato in allegato la lettera di mio padre che mi ha sgridato dalle stelle. E non aveva neppure torto.
***
Oggi mi ha scritto un nuovo amico, l’ho soprannominato il Capitano: “Ti scrivo perché vorrei spiegarmi con una certa linearità: non m’importa del serial TV, m’importa sapere che il tuo film o il tuo lavoro sia creativo e produttivo per te. Quindi se domani metti un bocciofilo come supereroe, invece del sottoscritto, io sono contento se tu stai bene, se non fumi, e se ti fai meno stravolgere dalle persone sbagliate. Insomma io sono tuo amico perché mi piaci, perché sei un galantuomo e quelli come me, a volte, devono difendere quelli come te. Ciao Generale.”
Sono parole che fanno compagnia.

Jules Renard: “L’amicizia è il matrimonio di due esseri che non possono andare a letto insieme.”

 

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